dromodiario #13 [Via]

dromos15-13

14 agosto – Nureci – Bud Spencer Blues Explosion

La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada.
La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.
(Bruce Chatwin)

E poi siamo tornati a Nureci, che tutti gli anni Dromos finisce con la festa grande di MammaBlues, e ieri, ieri è stata una giornata davvero assurda, impastata, piena di contrasti, sopra e sotto, curve a destra e a sinistra, tutto rimescolato, come ogni viaggio vero.
Che poi, mentre tornavo, lungo le curve di Villaurbana avevo in testa tutto il filo del giorno, e il giorno aveva sapore di pane caldo appena sfornato, e pensavo, guarda come è strana, la nostra strada, che a volte quando la percorriamo sembra un labirinto, e nella memoria è una linea retta, dritta e svizzera, a volte invece sembra lineare mentre la stiamo vivendo, e nel ricordo, poi, si annoda, si intorcina, si aggroviglia. Che strana, la nostra strada.

Che il viaggiatore vero è anche un po’ architetto, deve conoscere la meraviglia molteplice della linea, c’è il momento di tirare via dritto, il momento di arrotondare il disegno, la mano leggera sulle sfumature, il gesto forte e deciso del taglio netto. Il momento dello scarabocchio e quello del punto. Il vero viaggiatore si vede in fondo, quando il disegno è pronto.

Che appena MammaBlues è cominciato, eravamo dentro una magnifica corte, raccolta e verdeggiante, e c’era l’incontro con Ian Siegal, prima di cena, e Ian Siegal è uno scozzese, ma senza kilt, anzi, che sembrava preso dritto dritto dall’Arizona, Ian Siegal, cappello da cowboy e tatuaggi navajos. E Ian Siegal arrivava da un concerto a Budapest, e andava ad Amsterdam, e in mezzo c’era Nureci, e poi ditemi che la via non è un labirinto tutto intorcinato, a volte, e a Nureci ha detto si mangia bene, che notizia, che fantasia, Ian. E a un certo punto ha detto che secondo lui, nelle canzoni, la musica è più importante delle parole, che le parole dell’inglese non tutti le capiscono, la musica invece sì, la capiscono tutti, e io volevo dirgli non ti preoccupare, Ian, a volte non si capisce neppure l’italiano, ma non gliel’ho detto, che non voglio essere polemico. Però era davvero strano, Ian Siegal, con tutta quell’aria da cowboy e tutti quei tatuaggi navajos, sotto un limone, in mezzo a una magnifica corte in pietra, a Nureci, che MammaBlues è questa meraviglia di rimescolare il mondo, e trasformarlo in labirinto.

Che il viaggiatore è un po’ Dedalo un po’ Minotauro, un po’ architetto che imprigiona il mostro, un po’ mostro lui stesso da imprigionare dentro il viaggio. Cosa vuol dire, per davvero, fare una strada, basta disegnarla o bisogna percorrerla? Io non sono certo di conoscere la via giusta, il giusto mezzo, guidami tu, se conosci il cammino, fammi strada.

E poi a un certo punto è cominciato il concerto, e sul palco è salito Faris Amìne, italo-tuareg, che tu dici guarda un po’ a volte come sono strane le strade, come si incrociano. E come Faris ha cominciato a suonare, la strada tutt’a un tratto è scomparsa, dileguata.
Eravamo nel deserto, ed era veramente un deserto. C’era il sole basso, ma veramente basso. E andavamo a dorso di cammello, lenti, ma veramente lenti. E io ho pensato che a volte le strade sono davvero un imprevisto, un imprevisto molto lungo.
E dopo, dopo Filippo mi ha portato fuori da quel labirinto di sabbia e sole basso, veramente basso, praticamente un miraggio, solo un miraggio in lontananza e mi ha detto, davvero me lo ha detto, quella è musica che viene dall’alta temperatura, il respiro è pesante, non puoi correre, per forza deve essere lenta, l’andatura. È saggio, Filippo, bello averlo accanto nella strada, che il viaggiatore si riconosce anche dai buoni compagni di cammino.

E poi, poi è salito sul palco Ian Siegal, e noi siamo saliti a bordo con lui. Viaggio, viaggio, su strade lunghe sconfinate, on the road, con lo stereo a palla, nelle Highlands, vista mare, costa alta, orizzonti larghi, immensi, acqua e terra, come in ogni vero MammaBlues. Dio, come viaggiava, Siegal, ieri sera, strada e strada sotto le ruote, salite e discese, in linea discontinua, cali e riprese, rock in Marmilla, mani sul volante e sigaretta sulla chitarra, e strada, fai strada, fratello, dove ci porti con il prossimo brano?
Ed è cominciata una ballad, tutt’a un tratto, una ballad che riempiva tutta l’arena di blu, eravamo tutti lì, a galleggiare, nell’azzurro cupo di un mare profondissimo, giù, dalle falesie gigantesche di Scozia, tutti nel blu, anche il Gabbiere, che lo vedevi, finalmente sperso nel suo mare, e aveva negli occhi l’orizzonte lungo di quando il cielo è nitido, e da lassù, dalla vela di gabbia, vede chiaro dove la nave deve andare.

Ti piace, gli ho chiesto. E lui, sì, molto, mi ha risposto. E non ha detto altro, è rimasto lì per un po’ ad ascoltare, e poi mi ha detto non mi ricordo se ti ho già parlato di Via. No, gli ho risposto, bene, ha detto lui, che oggi è il giorno giusto per raccontarti proprio questa città.

“In fondo ad una valle stretta e lunghissima, come una ruga segnata in mezzo alle montagne, si trova Via, la città linea, la città filiforme. Cresciuta ai due lati di un’antica strada carovaniera, due soli quartieri ha Via, due lunghissime file di case, negozi, uffici, intervallate di tanto in tanto da un rifornitore di carburante, un giardino, una scuola, un bosco, un campo di calcio, una torre panoramica, o un circo. Pochi dei suoi abitanti riescono a percorrerla tutta, quasi nessuno può dire di averla mai conosciuta per intero. C’è chi si innamora di una delle sue case color irrequietezza, e giura che nessuna dimora è più bella di quella a ridosso del vecchio cinema. Un altro risponde che la casa accanto al campanile è orribile, con quel suo color disordine, molto meglio la casatorre color pausa, proprio dirimpetto alla bottega del sarto, e così via, case e colori per tutti i gusti.
È buona norma, per il viaggiatore, sostare almeno qualche ora in un punto qualsiasi della città, e osservare composto il suo viavai, ascoltare i racconti di chi va e chi viene. Alcuni diranno che Via è una città brevissima, distratta, e informe, altri che ogni angolo della città è un viaggio, e una vita intera non basta a percorrerlo tutto. Questa è la magia di Via, la città sottile, brevissima e senza fine, in cui il tempo sembra scorrere con ritmi diversi, a seconda del passo di chi vi cammina.”

Così ha detto, il Gabbiere, e proprio in quel momento la musica di Ian Siegal si è inabissata dentro un ultimo urlo di scozzese di Arizona, e quando sono tornato a guardarmi accanto, il Gabbiere non c’era già più, dileguato nel blu della notte di Nureci.
Allora sono partito per tornare a casa, e mentre viaggiavo, lungo le curve di Villaurbana avevo in testa tutto il filo del giorno, e il giorno aveva sapore di pane caldo appena sfornato, e pensavo, e ripensavo.
Davvero brevissima e senza fine è la nostra strada, e ci rammenta ad ogni curva che la differenza tra la via e la vita, in fondo, è questione di una sola, distratta consonante.

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Pubblicato il 15 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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