Archivio dell'autore: alessandro

dromodiario #10 [Lota]

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9 agosto – Morgongiori – King Naat Veliov & Kočani Orkestar

Perdi una cosa al giorno.
Accetta chiavi perse, un’ora al vento.
L’arte di perdere si impara presto.
(Elizabeth Bishop)

E poi, ieri, ieri ho perso la penna, nel bosco, a Villaverde.
Stavo naso in su a guardare gli alberi viola e la striscia immensa di stelle, là sopra, nel buio, è stato un attimo, la penna mi è caduta dalle mani, e non l’ho più ritrovata, in mezzo alle foglie secche, l’ho perduta.
Ma quanta gente, ieri, a Villaverde, in mezzo al bosco, a perdita d’occhio, su, su, che non riuscivo a vedere dove finivano le persone e cominciava il buio, il buio dove regnano le Jane, che lo sanno tutti, le Jane rubano le penne a chi si perde con il naso in su.

E io ho perso tempo, ho perso la strada, molte volte, ho perso te, che non ascolterai, pazienza, ho perso il treno, ho perduto le chiavi di una casa, ho perso un’occasione, perdo la memoria, ho perso colpi, ho perso un diario e non l’ho detto, ho perso qualche volta le parole, lo ammetto.

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dromodiario #9 [Trama]

dromos15-09

8 agosto – Villaverde – Baba Sissoko, Jazz (R)Evolution

Un uomo che tiene intorno a sé, in cerchio,
il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi.
(Marcel Proust)

Che poi, non ve l’ho mai raccontato, ma una delle cose che mi piacciono di più, di Dromos, è dopo. È quando la serata è finita, e io me ne torno a casa nella notte, mi metto su un cd, e lì, fari accesi sulla strada buia, con la musica nelle orecchie, mi rivedo nella testa tutto il film della serata finita, tutto insieme, tutto rimescolato.
Che si mischiano le curve nere nere sulla strada e un pezzo di concerto, e la luna bassa, ancora rossa nella sua alba di notte inoltrata, e la parola giusta esatta che qualcuno, a un certo punto, ha detto, e io sono stato felice di essere lì, presente, ad ascoltarla. Che dopo, anche nel ritorno, è bellissimo rivedere le trame del tempo che filano e si infilano l’una nell’altra, che la nostra vita, in sere come queste, è un tessuto meraviglioso e cangiante, fatto di fili tutti diversi che stanno imprevedibilmente insieme.
E ieri notte, ieri tornavo da Baratili, con una quantità infinita di fili nella testa, e stasera li devo filare tutti insieme, e non è semplice da raccontare, la sera di Baratili, che è cominciata con racconti di utopie possibili, nel pomeriggio, ed è finita nella notte ancheggiante de L’Avana.

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dromodiario #8 [Infera]

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7 agosto – Baratili S. Pietro – Chucho Valdés

Quando guardi a lungo nell’abisso,
l’abisso ti guarda dentro.
(Friedrich Nietzsche)

E ieri, poi, dopo tanta luce, dopo tanti sguardi proiettati in avanti, lontani, archi tesi verso orizzonti di utopia fluorescente e fiabesca, ieri invece abbiamo ficcato gli occhi nel buio. Che ieri, per la seconda serata di Cinema & Parole, a Bauladu, andava sullo schermo la storia di Angelino, l’uomo più solo al mondo, perduto dentro una Sassari livida e infernale.

Che Perfidia, di Bonifacio Angius, è proprio un film triste, ma triste davvero. Angelì, quanti anni hai, 30, e cosa ti piace?, in che senso? come in che senso, a te, cosa ti piace? non lo so, andare a pesca ti piace?, non lo so, mangiare ti piace?, eh, quando ho fame, e le donne ti piacciono, Angelì?, secondo te?, eh, secondo me già ti piacciono.
Tutto così, Perfidia di Bonifacio Angius, sassarese di poche pochissime parole, tutto così, un film estenuante di frasi piccole piccole e taglienti, perfide, a mostrarci il poco, il poco pochissimo che riusciamo ad essere, qualche volta. O spesso, dipende.
Ero così triste ieri sera, e il Gabbiere che mi stava accanto mi diceva non distogliere gli occhi, guarda, guarda bene. E ascolta. E intanto tirava il suo tabacco di contrabbando.

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dromodiario #7 [Cima]

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6 agosto – Bauladu – Perfidia

Ci sono molti modi di andare avanti,
ma solo un modo di stare fermo.
(Franklin D. Roosevelt)

Che poi, a furia di camminare, camminare, le vette si possono raggiungere davvero. Che è facile dirlo così, tanto per dire, nelle chiacchiere, con quattro birre e una vaschetta di patatine e maionese, ma poi, poi ci sono giorni in cui questa verità qui, quella della tenacia caparbia e barrosa che in vetta ci arriva, ti appare gigantesca e meravigliosa sotto gli occhi, e non puoi fare a meno di vederla.

Che ieri, qui, a Bauladu, Dromos inaugurava la mostra dei ritratti delle Allevatrici Sarde, Mancai Barrosas. E Vincenza, allevatrice, lo ha raccontato in poche parole, quel miracolo lì, del dopoguerra rigoglioso, sembrava in festa, la gente, quando si affacciava alla porta, si stava svegliando, di quel poco che avevamo si era sempre d’accordo, l’utopia del riunire una cooperativa di tutte donne, è stato costruito il forno di pane, che fornisce a tutti dolci, zippole, formaggelle, panettoni, c’è qualche cosa che non ricordo, sono passati molti anni, ma è stato un risveglio, di tanta gente a lavorare insieme. Tanta gente, tutte donne, la cooperativa di donne più grande d’Europa, non era impresa molto facile, si è combattuto e da sarde ce l’abbiamo fatta, mancai barrosas, ci sbrighiamo con tutte le cose che ci passa nelle mani, turismo, pane, dolci, vini, formaggio, olio, che questa è davvero l’utopia del sogno realizzato, della vetta raggiunta, con tutta la buona volontà di essere uniti, cun s’azudu ‘e Deus de fai una bona festa.

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dromodiario #6 [Fàula]

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 5 agosto – Bauladu – Faber in Sardegna & Danilo Rea

Dopo tutto, una bugia cos’è?
Nient’altro che la verità in maschera.
(George Gordon Byron)

E poi, ieri, la via di Dromos è tornata a San Vero, e il giardino del Museo archeologico è diventato cinema di favole, utero vasto di racconti, sotto le stelle impazzite di luce piccola piccola. Che ci siamo messi lì, seduti, in piedi, appoggiati, storti, accoccolati, moltitudine rannicchiata in quel giardino calmo e accogliente come un focolare di fiabe, e abbiamo visto e abbiamo ascoltato. Che Le favole iniziano a Cabras di Raffaello Fusaro è soprattutto un film di parole, parole che cercano di raccontare chi siamo, noi, questi piccoli piccoli uomini d’isola sarda, e perché proprio qui, in mezzo al mare, germinano pietre sonanti e materne, suonatori fiabeschi, voci gutturali, esploratori che attraversano gli oceani, scrittori che ipnotizzano con la loro voce di balentìa, poesie cucite come vestiti e vestiti cuciti come poesie.

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dromodiario #5 [Bibla]

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4 agosto – San Vero – Le favole iniziano a Cabras

Come tutti gli uomini della Biblioteca,
in gioventù io ho viaggiato;
ho peregrinato in cerca di un libro.
(Jorge Luis Borges)

E poi ieri tremavo, è inutile negarlo.
Che dovevo salire sul palco di Oristown, ieri sera, a pronunciare le parole mie prima di quelle di Moni Ovadia, che lo sapevo, sarebbero state incantesimo di sciamano che paralizza tutti nell’ascolto. E io lì, con le mie parole messe in fila come i sogni, libretto ancora piccolo accanto al libro grande di chi ha attraversato la biblioteca del mondo in lungo e in largo.
Che libro vasto, lo sguardo di Moni Ovadia sulle cose. L’identità, ha detto, sta chiusa nella lingua, quella davvero alta, capace di raccontare il divino e l’umano, la bellezza e l’infamia. Una lingua pericolosa, esplosiva, che contenga il big bang intero delle emozioni dell’uomo.

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dromodiario #4 [Libra]

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3 agosto – Oristano – Moni Ovadia, Valerio Corzani

La vita è come andare in bicicletta.
Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.
(Albert Einstein)

E ieri siamo tornati a casa, qui, a Oristano, città larga, pigra, città perduta in mezzo alla pianura a dimenticarsi il tempo e a rincorrere squilibrate fantasie. Che ieri, davvero, era irriconoscibile, Oristown, con la sua piazzetta gremita, e la musica del Sigura quartet e di Truffaz, e l’andare e il venire di fiumi di persone da una strada all’altra, da una luna all’altra. Che città strana, che ogni tanto si accorge di esistere, e si fa bella per il gusto di esserci, qui, nell’estate rigenerante di acqua salata e sole, si fa bella per dimenticarsi il tempo, e per rincorrere squilibrate fantasie.
Che ieri, appena ho parcheggiato accanto alla chiesa del Carmine, e sono risalito su da piazza Eleonora e dalle tre palme e sono entrato qui, nella piazzetta teatro di Dromos e ho scorto la distesa di sedie rosse, e sul palco c’era il quartetto che provava i suoni, mi sono detto: ma guardala, Oristown, che gioia vederla così, luminosa, estiva, ringiovanita tutt’a un tratto, giusta, giusta in equilibrio tra la fantasia dell’immaginarsi tutta nuova e contemporanea, e la realtà di sé, della storia che si porta in corpo e in cuore. Un po’ Eleonora, un po’ mitteleuropa, un po’ Componidori, un po’ mediterraneo brulicante del secolo 21. Si potrebbe, Oristown, provaci anche tu a cercarti un sogno, prova almeno una volta a realizzarlo, prova a cominciare un viaggio.

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dromodiario #3 [Paràula]

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2 agosto – Oristano – Sigura Quartet feat. Truffaz

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe.
(Eugenio Montale)

E poi si sale a Mogoro, che si fanno quei due tornanti che sembrano un’andata e un ritorno della spola sul telaio, per imbastire un tappeto volante immenso. E c’è il nuraghe Cuccurada che è lì da millenni a guardare il sole color urlo che va a sognare nelle distese di oltremare. E badate, in questo caso oltremare non è un colore, è un verbo: è lo spavento grande e bello dell’immaginarsi il futuro, tremando meravigliosamente di tutto ciò che sta oltre l’orizzonte, e che ci attende. Oltremare è la paura blu cobalto di tutto ciò che arriverà e che non immaginiamo. Forse è per questo che il sole ha sempre color urlo, nel tramonto, che si spaventa tantissimo, anche lui, di un domani che non sa.
Stavo pensando proprio esattamente questo, ieri, quando salivo a Mogoro, che c’era il concerto di Criolo, e mi domandavo: stasera? cosa succederà stasera, si metterà a piovere, il cielo? capirò qualcuna delle parole creole di questa musica meticcia? lo rivedrò, il gabbiere, in mezzo alla folla, a raccontarmi ancora un pezzo del suo viaggio?
Domande, sempre domande, prima del concerto, prima dell’arrivo, prima del prima, che fa sempre un po’ oltremare il cuore, che altrimenti non sarebbe cosa bella, il viaggio.

E poi, se ci pensate bene, il viaggiatore ha sempre il problema grande delle parole. Arriveranno, le parole, giuste? le troverà, da qualche parte, le parole per farsi capire? Che il mondo è grande, è terribile, e l’incomprensione e il tradimento sono sempre dietro l’angolo, quando le parole non sono mai, mai abbastanza per farsi dare e dire la strada.

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dromodiario #2 [Riva]

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1 agosto – Mogoro – Criolo

L’unico fatto certo è che senza il condimento della follia
non può esistere piacere alcuno.
(Erasmo da Rotterdam)

Che poi, ogni volta che vado a San Vero, e mi metto sotto le ruote dell’auto quella strada piena di curve, ogni volta, combinazione, la faccio di sera, e c’è il sole che s’avvia a imbiscottarsi in mare, e ogni volta, in mezzo alla pianura, alle canne, agli euclipti, ogni volta, mentre faccio le curve, mi chiedo perché mai hanno fatto in mezzo alla pianura una strada piena di curve. Mi portavo in giro questo solito interrogativo, sinistra, destra, sinistra, lungo le curve nella pianura, e ci avevo una gioia, addosso, di tornare a San Vero, una gioia di tornare là, finalmente, dopo così tanto tempo, una gioia che ballava, quasi spensierata. Quasi. Che tornare sul palco di Dromos, ogni anno, mi mette gioia e spavento. Che è un po’ una contraddizione, spavento e gioia insieme, se ci pensate è un po’ come le curve in mezzo alla pianura.
E sono arrivato, e c’erano le sedie bianche d’attesa che guardavano il palco, e il giardino del museo archeologico quasi vuoto, a parte il tecnico delle luci, uno svizzero, che impazziva per raddrizzare un video che voleva starsene tutto storto, e andava avanti e indietro, il tecnico delle luci svizzero, a guardare, spostare, storcere, raddrizzare. E io ho pensato che magari, ogni tanto, non è mica male una stortura, una curva. E ho pensato di dirglielo, ma poi non gliel’ho detto, che magari mi prendeva per matto, che le curve in mezzo alla pianura mica le può capire, uno svizzero. Leggi il resto di questa voce

dromodiario #1 [Principia]

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E tre! Per il terzo anno consecutivo, scriverò e leggerò ogni giorno il diario del Dromosfestival.
Ancora una volta, buon festival e buona lettura!

* * *

31 luglio – San Vero Milis – Joy Frempong, OY

Quando ti metterai in viaggio,
devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.
(Konstantinos Kavafis)

Che poi, non è mica detto che si debba credere sempre ai racconti dei viaggiatori. I viaggiatori, a volte, sono gente bugiarda. Magari hanno solo voglia di attrarre sul loro volto la luce del fuoco attorno al quale stanno seduti a raccontare, magari. Magari amano ascoltare il suono ipnotico delle proprie parole, magari. O magari no.

Stavo pensando queste cose qui, ieri, ad Oristano, che le mostre che Dromos ha inaugurato in pinacoteca sono itinerari davvero lunghi e straordinari e uno, a guardare certe immagini, non può fare a meno di partire per un qualche viaggio. “L’utopia negata”, ad esempio, è un vero campionario di elementi del disastro, famiglie distrutte, incidenti che fanno esplodere giardini, libri illeggibili che non si può fare a meno di sfogliare, corde a cui impiccare i propri incubi, satiri col rossetto, abbracci mancati.
E forse, ho pensato, a un certo punto che mi ero perso a gorgogliare nell’acqua di uno tsunami da cui poi, per fortuna, per un attimo almeno sono riemerso, forse, ho pensato, si sarebbe potuto chiamarla anche “L’utopia annegata”, quella mostra, chi lo sa. Leggi il resto di questa voce