Archivi categoria: Con parole mie

dromodiario #7 [Cima]

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6 agosto – Bauladu – Perfidia

Ci sono molti modi di andare avanti,
ma solo un modo di stare fermo.
(Franklin D. Roosevelt)

Che poi, a furia di camminare, camminare, le vette si possono raggiungere davvero. Che è facile dirlo così, tanto per dire, nelle chiacchiere, con quattro birre e una vaschetta di patatine e maionese, ma poi, poi ci sono giorni in cui questa verità qui, quella della tenacia caparbia e barrosa che in vetta ci arriva, ti appare gigantesca e meravigliosa sotto gli occhi, e non puoi fare a meno di vederla.

Che ieri, qui, a Bauladu, Dromos inaugurava la mostra dei ritratti delle Allevatrici Sarde, Mancai Barrosas. E Vincenza, allevatrice, lo ha raccontato in poche parole, quel miracolo lì, del dopoguerra rigoglioso, sembrava in festa, la gente, quando si affacciava alla porta, si stava svegliando, di quel poco che avevamo si era sempre d’accordo, l’utopia del riunire una cooperativa di tutte donne, è stato costruito il forno di pane, che fornisce a tutti dolci, zippole, formaggelle, panettoni, c’è qualche cosa che non ricordo, sono passati molti anni, ma è stato un risveglio, di tanta gente a lavorare insieme. Tanta gente, tutte donne, la cooperativa di donne più grande d’Europa, non era impresa molto facile, si è combattuto e da sarde ce l’abbiamo fatta, mancai barrosas, ci sbrighiamo con tutte le cose che ci passa nelle mani, turismo, pane, dolci, vini, formaggio, olio, che questa è davvero l’utopia del sogno realizzato, della vetta raggiunta, con tutta la buona volontà di essere uniti, cun s’azudu ‘e Deus de fai una bona festa.

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dromodiario #6 [Fàula]

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 5 agosto – Bauladu – Faber in Sardegna & Danilo Rea

Dopo tutto, una bugia cos’è?
Nient’altro che la verità in maschera.
(George Gordon Byron)

E poi, ieri, la via di Dromos è tornata a San Vero, e il giardino del Museo archeologico è diventato cinema di favole, utero vasto di racconti, sotto le stelle impazzite di luce piccola piccola. Che ci siamo messi lì, seduti, in piedi, appoggiati, storti, accoccolati, moltitudine rannicchiata in quel giardino calmo e accogliente come un focolare di fiabe, e abbiamo visto e abbiamo ascoltato. Che Le favole iniziano a Cabras di Raffaello Fusaro è soprattutto un film di parole, parole che cercano di raccontare chi siamo, noi, questi piccoli piccoli uomini d’isola sarda, e perché proprio qui, in mezzo al mare, germinano pietre sonanti e materne, suonatori fiabeschi, voci gutturali, esploratori che attraversano gli oceani, scrittori che ipnotizzano con la loro voce di balentìa, poesie cucite come vestiti e vestiti cuciti come poesie.

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dromodiario #5 [Bibla]

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4 agosto – San Vero – Le favole iniziano a Cabras

Come tutti gli uomini della Biblioteca,
in gioventù io ho viaggiato;
ho peregrinato in cerca di un libro.
(Jorge Luis Borges)

E poi ieri tremavo, è inutile negarlo.
Che dovevo salire sul palco di Oristown, ieri sera, a pronunciare le parole mie prima di quelle di Moni Ovadia, che lo sapevo, sarebbero state incantesimo di sciamano che paralizza tutti nell’ascolto. E io lì, con le mie parole messe in fila come i sogni, libretto ancora piccolo accanto al libro grande di chi ha attraversato la biblioteca del mondo in lungo e in largo.
Che libro vasto, lo sguardo di Moni Ovadia sulle cose. L’identità, ha detto, sta chiusa nella lingua, quella davvero alta, capace di raccontare il divino e l’umano, la bellezza e l’infamia. Una lingua pericolosa, esplosiva, che contenga il big bang intero delle emozioni dell’uomo.

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dromodiario #4 [Libra]

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3 agosto – Oristano – Moni Ovadia, Valerio Corzani

La vita è come andare in bicicletta.
Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.
(Albert Einstein)

E ieri siamo tornati a casa, qui, a Oristano, città larga, pigra, città perduta in mezzo alla pianura a dimenticarsi il tempo e a rincorrere squilibrate fantasie. Che ieri, davvero, era irriconoscibile, Oristown, con la sua piazzetta gremita, e la musica del Sigura quartet e di Truffaz, e l’andare e il venire di fiumi di persone da una strada all’altra, da una luna all’altra. Che città strana, che ogni tanto si accorge di esistere, e si fa bella per il gusto di esserci, qui, nell’estate rigenerante di acqua salata e sole, si fa bella per dimenticarsi il tempo, e per rincorrere squilibrate fantasie.
Che ieri, appena ho parcheggiato accanto alla chiesa del Carmine, e sono risalito su da piazza Eleonora e dalle tre palme e sono entrato qui, nella piazzetta teatro di Dromos e ho scorto la distesa di sedie rosse, e sul palco c’era il quartetto che provava i suoni, mi sono detto: ma guardala, Oristown, che gioia vederla così, luminosa, estiva, ringiovanita tutt’a un tratto, giusta, giusta in equilibrio tra la fantasia dell’immaginarsi tutta nuova e contemporanea, e la realtà di sé, della storia che si porta in corpo e in cuore. Un po’ Eleonora, un po’ mitteleuropa, un po’ Componidori, un po’ mediterraneo brulicante del secolo 21. Si potrebbe, Oristown, provaci anche tu a cercarti un sogno, prova almeno una volta a realizzarlo, prova a cominciare un viaggio.

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dromodiario #3 [Paràula]

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2 agosto – Oristano – Sigura Quartet feat. Truffaz

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe.
(Eugenio Montale)

E poi si sale a Mogoro, che si fanno quei due tornanti che sembrano un’andata e un ritorno della spola sul telaio, per imbastire un tappeto volante immenso. E c’è il nuraghe Cuccurada che è lì da millenni a guardare il sole color urlo che va a sognare nelle distese di oltremare. E badate, in questo caso oltremare non è un colore, è un verbo: è lo spavento grande e bello dell’immaginarsi il futuro, tremando meravigliosamente di tutto ciò che sta oltre l’orizzonte, e che ci attende. Oltremare è la paura blu cobalto di tutto ciò che arriverà e che non immaginiamo. Forse è per questo che il sole ha sempre color urlo, nel tramonto, che si spaventa tantissimo, anche lui, di un domani che non sa.
Stavo pensando proprio esattamente questo, ieri, quando salivo a Mogoro, che c’era il concerto di Criolo, e mi domandavo: stasera? cosa succederà stasera, si metterà a piovere, il cielo? capirò qualcuna delle parole creole di questa musica meticcia? lo rivedrò, il gabbiere, in mezzo alla folla, a raccontarmi ancora un pezzo del suo viaggio?
Domande, sempre domande, prima del concerto, prima dell’arrivo, prima del prima, che fa sempre un po’ oltremare il cuore, che altrimenti non sarebbe cosa bella, il viaggio.

E poi, se ci pensate bene, il viaggiatore ha sempre il problema grande delle parole. Arriveranno, le parole, giuste? le troverà, da qualche parte, le parole per farsi capire? Che il mondo è grande, è terribile, e l’incomprensione e il tradimento sono sempre dietro l’angolo, quando le parole non sono mai, mai abbastanza per farsi dare e dire la strada.

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dromodiario #2 [Riva]

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1 agosto – Mogoro – Criolo

L’unico fatto certo è che senza il condimento della follia
non può esistere piacere alcuno.
(Erasmo da Rotterdam)

Che poi, ogni volta che vado a San Vero, e mi metto sotto le ruote dell’auto quella strada piena di curve, ogni volta, combinazione, la faccio di sera, e c’è il sole che s’avvia a imbiscottarsi in mare, e ogni volta, in mezzo alla pianura, alle canne, agli euclipti, ogni volta, mentre faccio le curve, mi chiedo perché mai hanno fatto in mezzo alla pianura una strada piena di curve. Mi portavo in giro questo solito interrogativo, sinistra, destra, sinistra, lungo le curve nella pianura, e ci avevo una gioia, addosso, di tornare a San Vero, una gioia di tornare là, finalmente, dopo così tanto tempo, una gioia che ballava, quasi spensierata. Quasi. Che tornare sul palco di Dromos, ogni anno, mi mette gioia e spavento. Che è un po’ una contraddizione, spavento e gioia insieme, se ci pensate è un po’ come le curve in mezzo alla pianura.
E sono arrivato, e c’erano le sedie bianche d’attesa che guardavano il palco, e il giardino del museo archeologico quasi vuoto, a parte il tecnico delle luci, uno svizzero, che impazziva per raddrizzare un video che voleva starsene tutto storto, e andava avanti e indietro, il tecnico delle luci svizzero, a guardare, spostare, storcere, raddrizzare. E io ho pensato che magari, ogni tanto, non è mica male una stortura, una curva. E ho pensato di dirglielo, ma poi non gliel’ho detto, che magari mi prendeva per matto, che le curve in mezzo alla pianura mica le può capire, uno svizzero. Leggi il resto di questa voce

dromodiario #1 [Principia]

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E tre! Per il terzo anno consecutivo, scriverò e leggerò ogni giorno il diario del Dromosfestival.
Ancora una volta, buon festival e buona lettura!

* * *

31 luglio – San Vero Milis – Joy Frempong, OY

Quando ti metterai in viaggio,
devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.
(Konstantinos Kavafis)

Che poi, non è mica detto che si debba credere sempre ai racconti dei viaggiatori. I viaggiatori, a volte, sono gente bugiarda. Magari hanno solo voglia di attrarre sul loro volto la luce del fuoco attorno al quale stanno seduti a raccontare, magari. Magari amano ascoltare il suono ipnotico delle proprie parole, magari. O magari no.

Stavo pensando queste cose qui, ieri, ad Oristano, che le mostre che Dromos ha inaugurato in pinacoteca sono itinerari davvero lunghi e straordinari e uno, a guardare certe immagini, non può fare a meno di partire per un qualche viaggio. “L’utopia negata”, ad esempio, è un vero campionario di elementi del disastro, famiglie distrutte, incidenti che fanno esplodere giardini, libri illeggibili che non si può fare a meno di sfogliare, corde a cui impiccare i propri incubi, satiri col rossetto, abbracci mancati.
E forse, ho pensato, a un certo punto che mi ero perso a gorgogliare nell’acqua di uno tsunami da cui poi, per fortuna, per un attimo almeno sono riemerso, forse, ho pensato, si sarebbe potuto chiamarla anche “L’utopia annegata”, quella mostra, chi lo sa. Leggi il resto di questa voce

700

scultura Jason deCaires Taylor

700.
ci vuole un sacco di tempo per contare fino a 700.
un numero al secondo sono 11 minuti e 40 secondi.
11 minuti e 40 secondi, e ancora hai solo contato, non sei riuscito a pensarli tutti, uno ad uno. Io sono il primo, io sono il secondo, io sono il terzo… così ci vuole ancora più tempo. e ancora non basta. bisognerebbe almeno provare a non contare solamente, provare il tentativo di un volto, un nome, una storia. e allora 11 minuti e 40 secondi forse non basterebbero neppure per dire io sono il primo che è caduto, il primo che non ce l’ha fatta, che non sapeva nuotare, che chissà cosa si è immaginato in mezzo a tutto quel mare che gli stava entrando in corpo a mettergli il punto in fondo alla frase. solo dire ‘io sono il primo’, ci vuole un tempo che non basta tutta la vita, figurarsi anche solo pensare a tutti gli altri, a tutti quegli altri che sono un paese intero. il paese di mio padre forse non ci arriva, a 700 abitanti. il paese di mio padre in fondo al mare, adesso. il paese di mio padre in fondo al mare qualche decennio fa, e io non sarei qui con queste parole sciocche inutili.
solo che proprio non è possibile non dirle, anche se inutili e sciocche. ho visto una foto, poco fa, una bambina galleggiante, vestita in colori fluorescenti che non si può non piangere. e tutti (anzi no, molti. non tutti, che se fossimo tutti, a dirlo, non staremmo a contare fino a 700, ora. forse neppure molti. forse alcuni) che dicono mi vergogno, che schifo. sì, lo dico anche io, mi vergogno, che schifo. i popoli civili, di fronte a una tragedia simile, si rimboccherebbero le maniche, senza i se, senza i ma, senza chiedere elemosine, ma noi, ma noi non si può, ma l’europa ci lascia da soli, ma, ma, ma, 700 volte ma.
no. la verità è che siamo diventati un popolo meschino. ci fa comodo lavarci le mani. siamo come quelli che non aprivano le case per nascondere gli ebrei in fuga dal nazismo dei treni e dei campi di sterminio, siamo come loro. paurosi, meschini, vigliacchi, con la faccia di gesso e la cravatta blu. che vergogna. 700.
piccola bambina galleggiante con i colori fluorescenti addosso, per quello che vale, se nel mare c’è un paradiso da cui si ascoltano le lacrime di coccodrillo, ti prego, perdonami.

[foto: scultura sottomarina di Jason deCaires Taylor (da web)]

Siamo interi

Che poi, se lo pensassimo davvero, che siamo questa cosa qui, le ossa, la pelle, il sangue, il corpo che miracolosamente si fa pensiero, idea, emozione, dolore, felicità, estasi, se lo pensassimo davvero così, il nostro stare al mondo, complessità semplice semplice, ecco, forse chiameremmo semplicemente le cose con il loro nome vero, non con l’etichetta. Ricordiamocelo, ricordiamocelo, donne in festa di 8 marzo e uomini in festa, anche noi, e bambini in festa, e anziani in festa, che il corpo che ama è sempre una festa, è questa cosa qui, il miracolo della pelle, delle ossa, del sangue che si fa idea, pensiero, emozione. Siamo interi, ho imparato una volta grazie a una donna meravigliosa, a un mare là sotto, a una luna lontana e a un profumo di lentischio. Siamo interi. Il mondo si fa più bello, istantaneamente, non appena ce ne accorgiamo.

Atlanterhavsveien

2014_11_18 Atlanterhavsveien

la Strada Atlantica. Atlanterhavsveien. Suona meglio, in norvegese.
Otto kilometri da Molde a Kristiansund, così dicono le guide.
Io oggi vorrei essere qui, in viaggio, con l’amore mio.
A spaventarmi di gioia e meraviglia, a sparolarmi.
Via, via. A ripulirci dalle croste di questi mesi.
A farci invadere d’acqua e vento e luce.
A diventare, con l’amore accanto, mare.

[Un video bellissimo si trova qui.]