Archivi categoria: Dromodiario2014

dromodiario #15 [imperfetto]

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16 agosto – Nureci – Bluztep

Hai provato? Hai fallito? Non importa.
Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.
(Samuel Beckett)

Che poi io, quando arriva l’ultimo giorno, quando arriva la fine, sono sempre dentro una crisi gigantesca. Che inevitabilmente penso a tutto quello che non riuscirò a dire, che non sono riuscito a dire. Penso, malinconicamente, a tutto ciò che resta fuori dal racconto. Non so se capita anche a voi, questa certezza di avere sbagliato, certamente, da qualche parte. Che se ci pensate, ogni cosa che facciamo, non è mai niente altro che una prova, una prova che non finisce mai, e anche quando cerchiamo di farlo nel modo più giusto e onesto, non è se non un tentativo di bellezza, infinito. Infinitamente imperfetto.

Imperfetto, come quando al quadro manca una pennellata, e tu non sai quale.
Imperfetto come il libro che non ho voglia di finire.
Imperfetto come le linee quando ti vengono storte,
come le bugie, con le gambe corte. Leggi il resto di questa voce

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dromodiario #14 [basta poco]

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15 agosto – Nureci – Bombino

Per fare un giardino occorrono un trifoglio e un’ape.
Un trifoglio, un’ape, e il sogno.
(Emily Dickinson)

Che poi a me piace proprio arrivare a Nureci. Arrivarci prima, prima che tutto cominci, e godermi le stradine vuote, il sole, l’aria fresca. E le bolle di sapone nel cielo, e il blues che mi cammina accanto, per le strade.
Che anche quest’anno, arrivarci di pomeriggio tardo, a Nureci, è stato come entrare all’improvviso dentro una fiaba. Che se ci penso bene, basta poco, a fare una fiaba. Bastano pochi dettagli, ma che siano quelli giusti, e diventa una fiaba anche una stradina deserta.
Che poi chissà se esiste davvero, il deserto. Quando uno dice deserto tutti si immaginano il nulla caldissimo e vuoto, ma se lo guardi più da vicino, quel nulla è pieno di cose, di onde sulla sabbia, di miraggi, che è solo una parola rovente per dire sogni, e di là, proprio lì, oltre la duna, sicuramente c’è un’oasi, piena di desideri e di ambizioni, un’oasi piena di promesse.
Ecco, io ieri arrivando a Nureci ho pensato che questo paese è una promessa, una promessa mantenuta, anche, un piccolo paese nel centro della Sardegna, che combatte per il suo sogno, che tiene pulite le sue strade, colorati i suoi muri, fresche le sue acque. Intorno potrà anche esserci un deserto, ma basta poco a fare un’oasi, un’oasi blues nel pomeriggio di bolle di sapone.

Basta poco, bastano i piedi e impari a camminare,
basta un prato per imparare a dormire,
uno sguardo di chi ami, per dimenticare,
una pagina bianca, per cominciare a ricordare. Leggi il resto di questa voce

dromodiario #13 [le cose nuove]

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14 agosto – Nureci – Francesco Piu

La cosa bella delle nuove cose che si imparano
è che nessuno può portartele via.
B.B. King

Che poi sono successe tantissime cose, nel frattempo. Che basta distrarsi un attimo, fare qualche giorno di pausa, e ti ritrovi con un sacco di cose nuove: un festival che ha cambiato nome, e pure sesso, e pure età.
Che Dromos io me lo immagino un ragazzo, un ragazzo di sedici anni tutto speranze desideri ed energia, un ragazzo contratto nel momento piccolo che precede il balzo, un ragazzo che non la smette di crescere. MammaBlues, invece, per me è una nonna amorevole, una di quelle con la crocchia, che fa delle torte fantastiche, lievitate con il lievito madre: una donna che sa, conosce, sorride, con la saggezza di chi ha addosso il silenzio del tempo, della storia, dell’acqua che goccia a goccia riempie i laghi. Ecco, mi sono distratto un attimo, e Dromos è corso via, che si sa che gli adolescenti sono così. Ma c’è MammaBlues, qui a Nureci, come nonna con la torta in forno.
Insomma sono passati solo tre giorni, tre giorni appena, ed è tutta una novità.

Che le cose nuove hanno profumo di pane caldo,
che è buono, ma se non stai attento scotta.
Le cose nuove arrivano d’improvviso,
a volte ti stringono la mano,
a volte fanno l’inchino, persino,
a volte invece non ti salutano nemmeno. Leggi il resto di questa voce

dromodiario #12 [distratto]

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10 agosto – Morgongiori – Hypnotic Brass Ensemble

La vita è tutto quello che succede
mentre noi parliamo d’altro.
(Oscar Wilde)

E quindi ieri Dromos è andato a Villanova Truschedu. E mentre salivo su al santuario di San Gemiliano c’era un buio profondissimo, con il cielo laggiù, viola e rosso, e le stelle che erano già un popolo luminosissimo, e l’acqua, che spunta dappertutto, qui intorno ad Oristano, che è un territorio così bello e superbo che ha continuamente bisogno di specchiarsi, e gli olivi con le foglie tutte argentate dalla luna piena, e io ci camminavo dentro, guardando distrattamente tutta quella bellezza. E insomma credo di aver perso qualche cartello, qualche parola, qualche indicazione, perché il santuario non arrivava, e quindi sono tornato indietro, e mi sono perso di nuovo, e poi alla fine l’ho trovato. E però ho pensato che ho fatto bene a distrarmi, altrimenti mi perdevo tutta quella bellezza.

È stato un attimo, mi sono distratto, ed è successo tutto, tutt’a un tratto,
mi sono distratto, e il tempo mi ha derubato poco a poco,
ed è così, è così che si cresce e si cammina, lentamente,
prendendo piccoli piccoli frammenti di senso, distrattamente. Leggi il resto di questa voce

dromodiario #11 [passi]

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9 agosto – Villanova Truschedu –
Karl Hector & the Malcouns, Unstraight Ahead

Credi che Dio possa creare un luogo che non è il Paradiso?
Credi che la Caduta sia qualcosa di diverso
dal non sapere che siamo già in Paradiso?
(Jorge Luis Borges)

E quindi a Nurachi il piccolo festival del cinema si è chiuso. Si è chiuso con un film duro durissimo. Che quando Paola si è seduta, lì davanti, e ci ha guardati un attimo negli occhi prima di cominciare a parlare, io ho pensato Ecco, ora cominciano di nuovo i numeri che mi mettono il mal d’umore. E questa volta il numero è stato solo uno. Duecento milioni, il numero dei pastori che in tutto il mondo faticano per regalarci il miracolo del latte. Duecento milioni di uomini e donne, che macinano i passi uno dopo l’altro, in Tibet o in Perù, nel Kurdistan o in Sardegna, passi di monte e passi di pianura. Passi di cui fingiamo di non vedere l’orma.

Passi, uno dopo l’altro, piano piano,
che solo camminando ci facciamo,
ci facciamo grandi, un giorno dopo un giorno,
passi tutti insieme, passi di ballo tondo. Leggi il resto di questa voce

dromodiario #10 [perduto]

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7 agosto – Nurachi – Capo e croce
di Paolo Carboni e Marco Antonio Pani

L’Eden è quella vecchia casa/ in cui abitiamo ogni giorno/
senza sospettare quale sia la sua vera natura/ finché non la perdiamo.
(Emily Dickinson)

E ieri, ieri mi sono davvero perduto. Me ne sono andato dal chiostro di Sant’Antonio con una rabbia addosso, ma una rabbia, che aveva un orribile colore d’impotenza. Che ci si sente davvero condannati, quando si comprende così da vicino che a fregarci, a farci ammalare, ad ucciderci sono proprio proprio coloro che ci dovrebbero proteggere.
Ha cominciato Paola, a farci perdere, a farci galleggiare ancora dentro numeri terribili. Ci sono 7110 pozzi di petrolio e gas, nel giardino d’Italia. Più di mille attivi. E tutti, tutti sono nati con promessa di sviluppo, promessa di lavoro. E tutti, tutti lasciano solo povertà, desolazione e morte. E il 43 percento, e 2 Kilowattora, e nel 2004 abbiamo bloccato tutto, e io faticavo a capire le cose proprio proprio nel dettaglio, ma era chiaro che in tutto questo c’erano degli sconfitti, ed eravamo tutti noi. E poi c’era Giorgio Todde, che ha iniziato a fare domande scomode. Quando è che ci siamo vergognati di noi stessi? Quando è che abbiamo cominciato ad abbattere ciò che siamo, insieme alle nostre case di ladrini? Quando è che abbiamo deciso di essere così complici? Quando abbiamo scelto di confondere lo sviluppo indiscriminato con il progresso intelligente e consapevole?

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dromodiario #9 [a memoria]

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Il dromodiario di oggi è dedicato a Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, che ieri ha finalmente ritrovato, dopo 36 anni di ricerche, suo nipote Guido, figlio di sua figlia Laura, desaparecida durante la dittatura militare argentina. Per lei, per il suo sforzo mai finito, per il suo coraggio del non dimenticare mai né l’atrocità né la speranza, questo capitolo 9, “a memoria”.

* * *

6 agosto – Oristano – Nero d’Italia
di Valeria Castellano

La memoria è l’unico paradiso
dal quale non possono cacciarci.
(Jean Paul)

E poi ieri Dromos è andato a Nurachi, e nel cortile del Museo Peppetto Pau c’era un piccolo piccolo cinemino all’aperto. E c’era Paola, che si è seduta su una panchetta di legno proprio sotto lo schermo, e ha tirato un sospiro e ha cominciato a parlare, e a dare i numeri.
Ed erano numeri terribili, che dicevano quanta terra, ogni attimo, viene venduta. Quanto cemento prende il posto degli alberi e del grano. Quanti beni comuni spariscono, sotto i nostri occhi distratti, ogni momento. E io guardavo ammirato tutta la forza che c’è, dentro quel suo corpo piccolo da elfo dei boschi. E per contrasto mi è venuta in mente, mentre Paola parlava, la faccia tranquillamente feroce del presidente della Nestlè, Peter Brabeck, quando ha detto che Non esiste per gli esseri umani un diritto all’acqua. Ricordatevelo, ogni volta che vi viene proprio voglia di un Nesquik o di un formaggino Mio. O dell’acqua Levissima. Ricordatevelo. Ricordate.

Che la memoria è un prato, su cui ronzano le api laboriose del racconto.
La memoria è oro, è il miele nutriente della storia.
A memoria, nonno e il pane abbrustolito al caminetto.
A memoria, ancora un’altra storia e poi a letto.

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dromodiario #8 [nel centro]

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5 agosto – Nurachi – God save the Green
di Alessandro Rossi e Michele Mellara

“Ogni oggetto amato è il centro di un paradiso.”
(Novalis)

È proprio vero che l’abito non fa il monaco. Che ieri, quando Dee Dee Bridgewater è salita sul palco di Tharros, chiusa dentro una salopette in jeans e con un foulardino leopardato intorno al collo, sembrava una zia appena salita dalla spiaggia, lì dietro.
Ma poi, poi, dopo aver ringraziato sentitamente l’Alitalia che ha perso tutti i bagagli e gli abiti di scena per il concerto, poi ha presentato i musicisti, uno per uno, che erano dei ragazzini, praticamente suoi nipoti, e poi, bhe, poi è cominciato davvero il viaggio verso il cuore nero del canto.
Che appena inizia a cantare, Dee Dee Bridgewater, capisci cosa significa saper fare ogni cosa, ma proprio ogni cosa, con la voce, che subito, su un brano di Thelonious Monk, Dee Dee ci ha strinato un assolo in cui stavano comodi tutti i versi degli uccelli del mondo, dallo pterodattilo all’usignolo, e Tharros, ve lo giuro, l’ho vista io, si è aperta tutt’a un tratto, si è spalancata in ali nere, d’aquila di pietra. E noi, tutti insieme, l’aquila, il pubblico, il palco, il mare, la torre spagnola, le colonne, il faro di Capo San Marco, tutti insieme siamo schizzati in volo verso il centro nero nerissimo della notte.

E nel centro, sta il cuore tenebroso, anche se là sopra il volto ride.
Nel centro, nel centro stanno le parole vere,
che si pronunciano solo in una notte speciale.
Nel centro c’è l’angoscia nascosta del giullare,
che quando ha finito di lavorare
se ne torna a casa, solo.

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dromodiario #7 [in un istante]

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4 agosto – Tharros – Dee Dee Bridgewater

Per scorgere il paradiso in un fiore di campo
tieni l’infinito nel palmo della mano
e l’eternità in un istante.
(William Blake)

Certo che si può fare davvero un cammino lungo, spostandosi di pochissimo.
Pensavo a questo, ieri, mentre viaggiavo verso Villaverde, col sole che calava, e l’aria piccola che entrava dal finestrino aperto, e i mulini a vento che disegnavano i loro cerchi sul profilo viola del Monte Grighine: in un solo giorno, in pochi chilometri, dai suoni d’Africa di Manu Dibango, alla musica rarefatta in chissà quale confine del Tingvall Trio.
Che Dromos vuol dire cammino. Un cammino, breve, quasi di un solo istante, ma che conduce ad una porta spalancata sull’oltre. Lo sapevano i micenei, che lo mettevano davanti alle tombe dei re, il dromos. Lo sapevano gli egiziani, che lo spalancavano davanti ai loro templi coronati di sfingi. E lo sapevamo noi, quando ci chiamavamo nuragici, che lo disegnavamo davanti alle tombe dei giganti, o alle case di fate.
E che cosa è il dromos lo raccontava ieri Salvatore al sindaco di Villaverde, che è un sindaco dal volto pulito e chiaro, ed è un piacere vederlo lavorare come un matto per fare bello un concerto. E per rimettere il bosco in ordine, dopo.
Che ieri non me ne volevo andare, da Villaverde, tanto è stato bello, tutto quanto, e il bosco, e il profumo di menta, e la galassia che splendeva come una striscia di latte in mezzo agli alberi, e le stelle che già hanno cominciato a cadere, e la magia folle di centinaia di persone sedute sulle pietre, sotto le foglie, a sentire un basso, una batteria e un pianoforte.
Che ieri notte si è interrotto tutto, ad un tratto, e il tempo se n’è rimasto zitto e fermo, e noi abbiamo galleggiato, ipnotizzati, a filo d’acqua, sull’istante.

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dromodiario #6 [dal confine]

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3 agosto – Villaverde – Tingvall Trio, Beat

Ogni paradiso ha le sue frontiere.
(Edward Albee)

E ieri, a Baratili, abbiamo sperimentato il concerto al confine, il concerto in trincea, il concerto limite. Quello che da un momento all’altro potrebbe finire cancellato dalla pioggia, come i disegni sul marciapiede di Mary Poppins, colore che viene via nell’acqua, linee che si sfocano, e più nulla, solo vestiti fradici.
Che non c’è niente da fare, quest’anno l’estate se n’è andata in vacanza, non so dove, si è distesa su un asciugamano da qualche parte, crema solare, musica nell’i-pod, un buon libro e al diavolo: vacanza. Sciopero. Quest’anno non ho voglia di lavorare, mi riposo, che piova, e tanti saluti.
E noi ci siamo trovati a Baratili, al confine, sulla frontiera dei temporali.

E dal confine il mondo è una pallina distante, un gioco, uno scioglilingua.
Dal confine le bandiere sono stracci stesi ad asciugare.
Dal confine solo rosso corallo all’orizzonte, e silenzio buono da masticare.

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