Archivi categoria: Dromodiario2014

dromodiario #5 [contro ogni logica]

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2 agosto – Baratili S.Pietro – Manu Dibango, 8 Decades

“È difficile scrivere un paradiso
quando tutte le indicazioni superficiali
indicano che si dovrebbe scrivere un’apocalisse.”
(Ezra Pound)

Che poi io sono uno che si diverte molto, a farsi sorprendere. Mi piace che i giorni mi tendano tranelli, e mi facciano inciampare su cose che non mi aspetto. Che se tutto delle nostre vite fosse prevedibile sarebbe davvero una grande noia. Per questo, a volte, spero che anche Dio non sia onnisciente come ce lo raccontano, altrimenti si perde il gusto di vederci inciampare, se sa già che la buccia di banana è dietro l’angolo.
E se invece lo è davvero, onnisciente, spero che almeno sappia far finta di non sapere come va a finire. Proprio come facciamo noi quando guardiamo un film per l’ennesima volta, e che comunque sia, chissà perché, contro ogni verosimiglianza, continuiamo ad emozionarci sempre nelle stesse sequenze, anche se le conosciamo a memoria.

Contro ogni logica, mettersi a piangere, davanti a tutti, mentre gli altri ridono.
Contro ogni logica, camminare sotto la pioggia, ridendo di chi apre l’ombrello.
Contro ogni logica, non dare la carica all’orologio, e godersi finalmente il tempo.

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dromodiario #4 [lentamente]

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1 agosto, Oristano – Harold Lòpez-Nussa Trio

Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo.
Le cose maturano lentamente.
(Joan Mirò)

E quindi ieri ci siamo spostati qui, ad Oristano.
E sono arrivato alla Pinacoteca, e il chiostro era già pieno di gente, e c’era Ivo che presentava le mostre di Bouvet e di Pastorello, e raccontava i giardini da esplorare che sempre si nascondono dietro le creazioni dell’arte vera. E mentre lui parlava, lentamente e misurando le parole, io ho pensato che mi piacciono davvero tanto le persone che fanno il proprio lavoro così, seriamente, con cura, con misura. Ho pensato che il mondo ha davvero bisogno di giardinieri, per funzionare bene, e che non avremmo nessuna necessità di immaginarci altri paradisi, se ognuno curasse il suo piccolo pezzo di mondo con quella grazia, e anche con quella lentezza.

Perché lentamente, lentamente si impara a camminare.
Lentamente sale dalla terra il fiore. Lentamente impariamo le parole nuove.

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dromodiario #3 [l’impossibile]

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31 luglio, Oristano – Valerio Corzani e Erica Scherl

Non avevo nessuna intenzione di costruire un giardino.
Sembrava impossibile.
(Derek Jarman)

C’era vento, a Mogoro, ieri sera, su al nuraghe Cuccurada. Un vento strano, di quelli potenti e pieni di voci, che si infilano nelle fessure, per ripulirle, e farle vibrare. Un vento che porta magia, suono, e luce. Un vento che porta paura, anche.
C’era un vento, ieri, che sentivo anche in casa, prima di partire per Mogoro, un vento che mi batteva forte dentro le vene e i nervi e i muscoli e le palpebre. Un vento che conosco bene, che comincia a soffiare da qui, dal centro dello stomaco, e soffia, soffia, e come ogni vento può spingermi al largo, veloce e stupefatto, oppure può spaccarmi la vela e inabissarmi.
C’era un vento, ieri, che lo avevo addosso da quando Salvatore mi ha chiamato per chiedermi di leggere il racconto di Tognolini, che è caduto, non verrà, ma vorrebbe che qualcuno leggesse ugualmente le sue parole di pietra e di miniera. E la prima primissima cosa che ho pensato è stata: impossibile.

L’impossibile è una pietra che nasconde una figura, imprigionata.
L’impossibile è un viaggio la cui rotta è scritta in cielo,
ma le stelle, le stelle giuste per orientarti, te le devi inventare.
L’impossibile è un labirinto, con infinite strade da camminare.

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dromodiario #2 [l’imprevisto]

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30 luglio, Mogoro – Antonio Farris Trio

Avere un bel giardino è difficile come governare un regno.
(Hermann Hesse)

E quindi abbiamo cominciato.
Cioè, a dire il vero, per un attimo abbiamo anche visto l’inizio di Dromos fuggire via come un cane bagnato. Che ieri, qui, a Mogoro, è arrivato imprevisto un cielo color guerra, e ci ha rovesciato addosso un monsone.
Allora ce ne siamo fuggiti tutti sotto a un gazebo, stretti stretti, a frugare dentro la speranza che la pioggia passasse, con i piedi bagnati, e i capelli bassi, e i biglietti che speriamo non si infradicino, e le felpe che non si trovano. E sono sicuro che luglio rideva, da qualche parte del mondo che non so, in qualche Eden lontano. Luglio rideva dello scherzo che ci stava facendo, piccolo piccolo serpente, e diceva

L’imprevisto è una mela morsa storta che non vi racconterò.
L’imprevisto è un ragno, che chissà perché ha sette zampe.
L’imprevisto è un lupo che non voleva le zanne.

Ma poi, poi la pioggia per fortuna è passata, se ne è andata a bagnare altri tetti, lontani, e allora, vi giuro, ho visto tappeti volanti su tutta la piazza del Carmine, a festeggiare il cielo di nuovo spalancato, che sembrava una notte di Sheherazade, mentre noi giù, con le spugnette e gli stracci, asciugavamo le sedie per non farvi volare tutti bagnati.
E poi è cominciato il concerto. E non so se sarà stata la pioggia, o l’umido che avevo nelle idee per l’emozione, ma a me la musica di Ibrahim Maalouf, all’inizio, è sembrata musica d’acqua che sale, sale in piena, e viaggia aperta, larga, proprio come un acquazzone d’estate.

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dromodiario #1 [la prima volta]

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Cari naviganti, anche quest’anno scriverò i diari del festival Dromos. E anche quest’anno li troverete qui, pubblicati dopo la lettura sul palco. Buon festival e buona lettura!

* * *

29 luglio, Mogoro – Ibrahim Maalouf

Vivi come se il paradiso fosse qui, sulla terra.
(Mark Twain)

Che poi sembra davvero ieri, che è finito Dromos. L’altro, quello dell’anno scorso. Quello di quando sono salito su questo palco la prima volta. Ed era proprio questo palco, qui, a Mogoro, sopra un tappeto volante, davanti a questa chiesa, di fronte a voi. Che c’era senz’altro, qualcuno di voi, l’anno scorso, a sentire Carmen Souza, nel primo giorno di Dromos.
Il primo giorno. La prima volta.

La prima volta che ho unito i punti tra le stelle, e ci ho letto una parola.
La prima volta che ho dato un morso ad una mela.
La prima volta che, guardandoti, ho pensato Tu, tu stammi accanto sempre.

Che poi uno non ci pensa mai, mentre sta vivendo, però ogni nostro istante arriva lì per la prima volta, e se ne va, e a noi ci tocca prenderlo o perderlo, banco vince banco perde, come in un giro di roulette, rien ne va plus.
Cioè, non è che uno non ci pensa proprio mai mai. Però diciamo che un po’ tutti cerchiamo di pensarci il meno possibile, ai piccoli piccoli istanti paradisi che perdiamo uno dopo l’altro, tic, tac, rien ne va plus.

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