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Egon Schiele: il corpo estraneo

Non è infrequente, nella sproporzione di alcune privilegiate esistenze, che l’amore – una forma ossessionata dell’amore – precipiti nel morbo, nello sfregio, nell’orrore. Non è infrequente che un artista, scoperta la propria ossessione, la persegua fino alla dolorosa necessità di distruggerla.

L’ossessione di Schiele è il corpo umano, il tragico supporto del nostro stare al mondo, esposto in una nudità che ne accentua la vocazione alla sconfitta. Monco, disarticolato, sempre colto in un istante isterico. Carne livida e distorta, quasi in procinto di sciogliersi, già viva, nella verde cancrena di cui si nutre il verme.
Niente di gioioso nei corpi che pretendono l’abbraccio, che sembrano afferrarsi nel terrore di perdersi. Niente di fertile nelle carni nude che si abbandonano all’amplesso come si accetta la condanna ad un patibolo. Persino il ventre gonfio di una donna incinta sembra preludere a un non-nato: le braccia appese, ad angolo, la testa verde e reclinata obbediscono alla necessità di una condanna. Una marionetta nuda e crocifissa è la madre, la cui pancia gravida del feto non è che verde sfera, malata e tumorale.

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 Nudo di donna incinta, 1910

Schiele ama il disegno con un ardore che somiglia all’odio. Disegna come si pugnala, a colpi fermi. Perché la vita che vuole uccidere sul foglio non gli sfugga.
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