Archivi categoria: Politica, per così dire

di giugno, l’undici (e noi, dove andremo?)

2009_06_11 Berlinguer

Volle il compromesso, ma furono in molti a rispondergli no
di Stefano Malatesta

Una volta Enrico Berlinguer ha raccontato a Vittorio Gorresio come nacque l’idea del compromesso storico. Nell’autunno del 1973, il segretario del Pci era rimasto ferito in un incidente automobilistico: immobilizzato nella sua camera da letto leggeva, meditava i casi del Cile, del golpe di Pinochet, faceva paragoni con la situazione italiana. Da queste riflessioni trasse la conclusione che in un paese capitalistico d’Occidente la sinistra, con una risicata maggioranza parlamentare, non sarebbe stata in grado di governare con tranquillità, tanto meno di aprire la strada al socialismo. Ci voleva altro, alleanze più larghe con tutti gli strati e con tutti i ceti che contavano nel paese.
La definizione “compromesso storico” che piacque assai poco a Longo e a numerosi altri dirigenti del Pci, fu ripresa dal “compromesso regio”, un’ espressione adoperata da Guido Dorso per spiegare il senso ultimo del Risorgimento italiano. Si è variamente disquisito se la strategia del compromesso appartenesse più a Bufalini che a Berlinguer, quando e come abbia influito il gruppo dei cattolici comunisti ispirati da Franco Rodano.

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oggi è domenica, domani si muore / oggi mi vesto di rosso e rancore

2009_06_07 belle bandiere

I sogni del mattino: quando
il sole già regna,
in una maturità
che sa solo il venditore ambulante,
che da molte ore cammina per le strade
con una barba di malato
sulle grinze della sua povera gioventù:
quando il sole regna
su reami di verdure già calde, su tende
stanche, su folle
i cui panni sanno già oscuramente di miseria
– e già centinaia di tram sono andati e tornati
per le rotaie dei viali che circondano la città,
inesprimibilmente profumati,
i sogni delle dieci del mattino,
nel dormente, solo,
come un pellegrino nella sua cuccia,
uno sconosciuto cadavere
– appaiono in lucidi caratteri greci,
e, nella semplice sacralità di due tre sillabe,
piene, appunto, del biancore del sole trionfante –
divinano una realtà,
maturata nel profondo e ora già matura, come il sole,
a essere goduta, o a fare paura.

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appunti di psicoterapia politica (2)

Le mani che pregano e quelle che respingono
di Francesco Merlo

On wednesday may 6 Italian ships intercepted 227 would be immigrants at sea and  sent them directly back to Libya. On wednesday may 6 Italian ships intercepted three boatloads of migrants they were transferred to three Italian ships and by Thursday morning they were returned to Tripoli.

Quei guanti di lattice, che servono a non toccare l’orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull’immigrazione-sì e l’immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. Le guardie di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi.

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appunti di psicoterapia politica (1)

Il veleno nichilista che anima il regime
di Gustavo Zagrebelsky

2009_02_10 appunti1
El’ Lisickij – Il costruttore (1927)

Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare.
Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale.
Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire – secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera – “modo di reggimento politico” e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c’è “il regime”
Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante. Alla certezza – viviamo in “un” regime che ha suoi caratteri particolari – non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il “principio” o (secondo l’ immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l’intima natura e per prendere posizione.

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american dream [?]

2008_11_05 Obama1

Salve, Chicago.
Se lì fuori c’è ancora qualcuno che dubita del fatto che l’America sia il luogo dove ogni cosa è possibile, che si chiede se il sogno dei nostri fondatori sia ancora vivo, che ancora dubita del potere della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle code che si sono formate attorno a scuole e chiese, code così numerose mai viste da questa nazione, code di persone che hanno aspettato 3 o 4 ore, alcune per la prima volta nella loro vita, perché hanno creduto che questa volta doveva essere differente, che le loro voci avrebbero potuto fare la differenza.
È la risposta data da giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, eterosessuali, disabili e non disabili. Americani, che hanno lanciato un messaggio al mondo: non siamo mai stati una mera collezione di individui o una collezione di stati rossi e stati blu.
Siamo, e saremo sempre, gli Stati Uniti d’America.
È la risposta che obbliga chi è stato indotto per troppo tempo ad essere cinico, timoroso, dubbioso su ciò che possiamo ottenere a mettere le proprie mani sull’arco della storia e a tenderlo ancora una volta  verso la speranza di un giorno migliore.
C’è voluto molto tempo per tornare, ma stanotte, grazie a ciò che abbiamo fatto in questa data, in queste elezioni in questo momento preciso, il cambiamento è giunto in America.
[…]

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il metodo Cossiga

2008_10_30 cossiga1

Quel camion pieno di spranghe
di Curzio Maltese

Aveva l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo de’ Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico.
“Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane”, sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de’ Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni  e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

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semina ideali, raccogli rivoluzioni [stencil dalla città di Lisbona]

 2008_10_25 Lisboa1  MG  Leggi il resto di questa voce

la grande parata (e le parole vuote)

2008_06_02 great-parade-nov-1-2007

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

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bella, ciao

 Gino Fantini (25 settembre 1924 – 23 luglio 1944), partigiano, ventenne

E ieri, proprio ieri, è stata la volta del viale di pioppi. Sono venuti alcuni violenti armati di scure e di sega, e hanno cominciato la strage. Mi sono avvicinato, e ho riconosciuto fra essi Brighella, il figlio di Barcarola, che si apprestava a vibrare il primo colpo. «Brighella, gli ho detto timidamente, taglierete soltanto gli alberi vecchi?». Si è voltato verso di me con gli occhi iniettati di sangue: «Non lasceremo neanche una radice», mi ha risposto. Allora sono tornato a casa, ho chiuso le imposte per non sentire lo schianto degli alberi che crollavano, e in memoria di tutti gli uomini che muoiono, di tutte le piante che cadono, di tutte le cose che finiscono, ho riletto il canto del dolore e della speranza: «De Profundis clamavi ad te, Domine». [Salvatore Satta]

Non so se sono pochi
o troppi vent’anni, per morire
tra i piedi gonfi di una vecchia patria
uccisa tra le grida inascoltate
dei pochi ch’erano rimasti a piangere
sugli ultimi alberi abbattuti.
Vent’anni aveva, o pochi più, zio Pietro,
quando lo ha preso quel vento di mitraglia
da qualche parte, sulle montagne stanche
della Venezia Giulia.
Zio Pietro è morto all’ombra di altri monti
col fazzoletto rosso stretto attorno al collo,
soldato fuggitivo, partigiano.
E io mi illudo che sia stato largo
e caldo, come un abbraccio liberante,
quel suo morire altrove, quello strazio
di carni e di pensieri, rimasti a germogliare
sopra una terra nuova.
Mi illudo che corresse a liberare, a ripulire
dalle muffe e dai vermi i nostri simboli,
che rinascesse in quella folle corsa
di battaglie e inutili dolori
l’Italia liberata, che schiudesse
gli occhi viola di pianto, dopo la notte triste.

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