Archivi categoria: Rapsodie

rapsodie (7)

2011_05_02 rapsodie7

di Paolo Siracusano

This is the end, my only friend, the end
Così canticchiava anche Franco Battiato, citando il giovane Morrison in Bandiera Bianca (da La voce del padrone, 1981). Ecco, dunque, The End (da The Doors, 1967):

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rapsodie (6)

2011_05_02 rapsodie6

di Paolo Siracusano

In molte sue dichiarazioni, Franco Battiato (Ionia, 1945) lascia trapelare una certa insofferenza nei confronti della canzone cosiddetta engagée, sulla base dell’argomento – non condivisibile – che la musica non dovrebbe mischiarsi ai problemi di carattere sociale. Per rispettare questa posizione, non si rammenterà qui la sua vibrante Povera Patria (Come un cammello in una grondaia, 1991). E si inizierà da una canzone di Fabrizio De Andrè che conserva ancora, nel paese in cui e per cui è stata composta, una sorprendente attualità:

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rapsodie (5)

2009_07_04 Rapsodie5

di Paolo Siracusano

Nella prima strofa del noto hit vacanziero Un’estate al mare (1982, F. Battiato e G. Pio), Giuni Russo pronuncia una frase che è insieme una dichiarazione d’amore e di intenti: “Per regalo voglio un harmonizer, con quel trucco che mi sdoppia la voce”.
Il fascino, o il non fascino, della musica sintetica (ma sarebbe meglio definirla musica non prodotta da strumenti tradizionali) è espresso per intero in quella riga fuori contesto.
In genere, tutto ciò che non sia oboe, clavicembalo, ventiquattromilanotealsecondo, arpeggi acrobatici, darfiatoalletrombe e bel canto, viene considerato abbastanza sdegnosamente dai cultori dei medesimi. L’idea di fondo, forse corretta, forse no, è che chi si arrangia con arrangiamenti tecnologici, sia uno o una poco bravo, o meglio uno o una che finge di fare musica, una specie di cialtrone.
A questi argomenti, si potrebbe rispondere proprio con Giuni Russo, qui interprete di Una viperà sarò (dall’album Energie, 1981), in una versione in cui i “fonemi sardi” e le “trifonie dei mongoli” di una delle voci più extraterrestri mai apparse sulla terra sono manipolati e rispettosamente travisati da Caparezza (dall’album Unusual, 2006):

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rapsodie (4)

2009_06_12 Rapsodie4

di Paolo Siracusano

Un posto lontanissimo da Berlino è il fondo del mare.
Vi scende, in uno degli album più importanti della storia (Rock Bottom, 1974), Robert Wyatt. Cade tre volte Robert: ubriaco da un balcone durante una festa, al centro dell’amore per Alfreda Benge, sua attuale compagna, e nelle profondità dell’acqua.
Wyatt era stato fondatore dei Soft Machine (che hanno realizzato, per gli estimatori, il fondamentale Third, 1970, un avvicinamento tra jazz e rock dalla parte del rock, abbastanza speculare a quello tentato, dalla parte del jazz, da Miles Davis con Bitches Brew, sempre nel 1970) e dei Matching Mole. Dice oggi che la sua vita, a partire da quella caduta, che lo ha costretto a un’immobilità parziale, è decisamente migliorata.
Rock Bottom è un disco che segna il passaggio tra due cicli di vite, l’abbandono dello sperimentalismo che travolge le forme, l’approdo a una forma che non rinuncia a nessuno sperimentalismo.
Primo capitolo di questa irripetibile discesa, nell’amore, nel mare e nelle possibilità di una canzone è, appunto, Sea Song (qui in una recente realizzazione live con Annie Whitehead):

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rapsodie (3)

2009_05_23 Rapsodie3

di Paolo Siracusano

Da Berlino transita anche David Bowie e, con lui, il rock che sarebbe stato dopo. La cosiddetta trilogia berlinese è composta da Low (1977), Heroes (1977), Lodger (1979). Ma, già nel 1973, nel concept-album Berlin, Lou Reed ambienta disfacimenti coniugali in un interno. Molti lo considerano il suo capolavoro, ben più dell’icon(oclast)a Transformer, di appena un anno precedente.
Ecco Berlin, in versione live con John Cale dei Velvet Underground:

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rapsodie (2)

2009_05_11 Rapsodie2

di Paolo Siracusano

Dal cielo si può, con una certa facilità, arrivare a Berlino.
Lo dimostrano gli angeli di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino (1987).

Capitano in un club dove Nick Cave e i Bad Seeds eseguono due delle loro composizioni più apocalittiche: The Carny (da Your funeral, my trial, 1986) e From her to eternity (da From her to eternity, 1984):

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rapsodie (1)

Due anni fa (era il 19 aprile del 2009), incominciai a pubblicare queste rapsodie, nate da un’amicizia ritrovata, e dalla casualità di alcune mail. Ma come spesso accade, i progetti si incominciano, e poi si abbandonano. E’ successo anche a me con questo blog, e ho smesso di pubblicare queste “messe in scena” prima che le rapsodie che Paolo Siracusano ha scritto per il Teatro fossero tutte pubblicate.
Oggi torno al blog, completamente rinnovato nella grafica, e spero anche più spontaneo nei contenuti, e mi sembra il modo più giusto di ricominciare, questa “ristampa” delle rapsodie. Che questa impostura si compia, e non resti a metà. No, proprio non lo merita. Ancora una volta, buona lettura, buon ascolto, buona visione.

2009_04_18 rapsodie1

di Paolo Siracusano

Da dove cominciare?
Il cosmo mi sembra un buon trampolino di lancio.
Più o meno coeva a 2001 Odissea nello Spazio è Space Oddity (1969) di David Bowie:

La musica pop crea un personaggio (Major Tom) che esiste solo nello spazio cosmico ed esiste solo in quanto vi si perda. Complici gli acidi lisergici e l’estetica anni ’70, le manopole dei mixer sono i tasti di comando dell’astronave che esce dal controllo del “ground control”.

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rapsodie (5)

materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano

2009_07_04 Rapsodie5

Nella prima strofa del noto hit vacanziero Un’estate al mare (1982, F. Battiato e G. Pio), Giuni Russo pronuncia una frase che è insieme una dichiarazione d’amore e di intenti: “Per regalo voglio un harmonizer, con quel trucco che mi sdoppia la voce”.
Il fascino, o il non fascino, della musica sintetica (ma sarebbe meglio definirla musica non prodotta da strumenti tradizionali) è espresso per intero in quella riga fuori contesto.
In genere, tutto ciò che non sia oboe, clavicembalo, ventiquattromilanotealsecondo, arpeggi acrobatici, darfiatoalletrombe e bel canto, viene considerato abbastanza sdegnosamente dai cultori dei medesimi. L’idea di fondo, forse corretta, forse no, è che chi si arrangia con arrangiamenti tecnologici, sia uno o una poco bravo, o meglio uno o una che finge di fare musica, una specie di cialtrone.
A questi argomenti, si potrebbe rispondere proprio con Giuni Russo, qui interprete di Una viperà sarò (dall’album Energie, 1981), in una versione in cui i “fonemi sardi” e le “trifonie dei mongoli” di una delle voci più extraterrestri mai apparse sulla terra sono manipolati e rispettosamente travisati da Caparezza (dall’album Unusual, 2006):

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rapsodie (4)

materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano

2009_06_12 Rapsodie4

Un posto lontanissimo da Berlino è il fondo del mare.
Vi scende, in uno degli album più importanti della storia (Rock Bottom, 1974), Robert Wyatt. Cade tre volte Robert: ubriaco da un balcone durante una festa, al centro dell’amore per Alfreda Benge, sua attuale compagna, e nelle profondità dell’acqua.
Wyatt era stato fondatore dei Soft Machine (che hanno realizzato, per gli estimatori, il fondamentale Third, 1970, un avvicinamento tra jazz e rock dalla parte del rock, abbastanza speculare a quello tentato, dalla parte del jazz, da Miles Davis con Bitches Brew, sempre nel 1970) e dei Matching Mole. Dice oggi che la sua vita, a partire da quella caduta, che lo ha costretto a un’immobilità parziale, è decisamente migliorata.
Rock Bottom è un disco che segna il passaggio tra due cicli di vite, l’abbandono dello sperimentalismo che travolge le forme, l’approdo a una forma che non rinuncia a nessuno sperimentalismo.
Primo capitolo di questa irripetibile discesa, nell’amore, nel mare e nelle possibilità di una canzone è, appunto, Sea Song (qui in una recente realizzazione live ):

Con una certa plausibilità, si è sostenuto che se si dovessero mettere 5 dischi in una sonda spaziale, in rappresentanza del genere umano, uno di questi sarebbe Creuza de mä (1984) di Fabrizio De Andrè.

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rapsodie (3)

materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano

2009_05_23 Rapsodie3

Da Berlino transita anche David Bowie e, con lui, il rock che sarebbe stato dopo. La cosiddetta trilogia berlinese è composta da Low (1977), Heroes (1977), Lodger (1979). Ma, già nel 1973, nel concept-album Berlin, Lou Reed ambienta disfacimenti coniugali in un interno. Molti lo considerano il suo capolavoro, ben più dell’icon(oclast)a Transformer, di appena un anno precedente.
Ecco Berlin, in versione live con John Cale dei Velvet Underground:

Lou Reed (con altri, tra cui Diamanda Galas e Franco Battiato) sostiene che Antony Hegarty (leader del gruppo newyorkese Antony and the Johnsons) sia un genio e ascoltarlo un’esperienza indimenticabile.

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