nell’abbandono

nell'abbandono

“Si fa attenzione che non passi nessuno. si salta furtivi una rete di filo spinato. Dentro. Da quel confine in cui le spine hanno minacce spuntate, si accede al verde. Dal verde al cemento al metallo al colore del moderno che già si vergogna, arrossisce, arrugginisce nel trapassato, nel dimenticato. Non c’è futuro dell’uomo che sfugga all’innata vocazione del morire, dell’appassire. E questo luogo lo dichiara, lo urla. Forse potrebbe esploderlo. Si cammina, dunque. per sentieri rigogliosi d’acque madide, di fungaglie fradice, di spine che s’incuneano nelle carni per graffire, già nel presente, i ricordi.
Il cemento che infine appare è disarmato, nudo, osceno di ruggini e fogliami. Morto, inevitabilmente. Cadavere a marcire. Nel verde. [Ci avete fatto caso? La putrescenza è sempre verde. Di muffa, di lichene, di cancrene.] Eppure la marcescenza è sempre una prima parentesi della vita. Vita gloriosa, vita mai vinta, vita testarda, vita che è lussuria di ramo, di gemma, di radice, di foglia stesa ad abbronzarsi di clorofilla al sole, vita di chiome aperte come gambe, nella furia insopprimibile del godere e del figliare. Non c’è dubbio: questo è verde lussurioso, verde animale. E’ vita che pretende di tornare.
Si cammina ancora. E ogni passo è un violare stanze di malaffare. E’ uno strappo nella cortina polverosa del dimenticato, del regno delle polveri, dei ragni, del gocciare lento degli anni. Si cammina, nel proposito sempre vano che l’unità sia infine ricomposta, che il pensiero sia capace di raccogliere in uno sguardo, frammento dopo frammento, un monumento [un altro? un altro ancora?] al nostro quotidiano, inevitabile, lento de-componimento. Quale sarà mai la parola giusta per dirlo, l’immagine esatta per dichiararlo.”

Questo l’ho scritto il 14 giugno 2008, la prima volta che sono entrato in un edificio abbandonato, per fotografare il tempo che ci macina. Da allora sono stato in molti luoghi dove l’uomo è andato via e ha lasciato che il tempo si riprendesse lo spazio che è suo. Sono luoghi che l’uomo ha costruito per il lavoro, il buon tempo, il dolore, la costrizione, la malattia, insomma la vita. Dentro edifici pericolanti, ho esplorato la mia possibilità del crollo. Questo fotoracconto è una parte del mio diario di questo viaggio. Sono i miei passi dentro l’abbandono.

Alcuni di questi sguardi sono entrati nella performance “Fratello imprevisto”, nata nella residenza creativa “La Caduta” (aprile 2013), diretta da Tamara Bartolini e Michele Baronio.

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