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Beth (scritto nel 2006-2007) racconta di un ritorno a casa, di legami annodati con la propria abitazione, con gli oggetti e i riti del vivere domestico: cucinare, scrivere, ricordare, tentare di dormire. Ma è anche la narrazione di un distacco, di un’estraneità da sé maturata lungo il sonno. Svegliarsi, lavarsi, dimenticare, fuggire. Beth è il nome della casa. E se è vero che dare i nomi alle cose è segno di psicosi, o d’infanzia, è vero anche che questi frammenti costituiscono la paziente descrizione di una introflessione, di un taglio di sé dal mondo esterno, una chiusura momentanea necessaria per la sopravvivenza. Il rifiuto di un confine, attuato attraverso lo studio millimetrico del limite, e insieme il preparativo della sua distruzione.

Considero Michele Porsia coautore di questo racconto: nelle sue tavole, la logica geometrica è condotta fino all’estremo rigore dell’incubo, e l’atmosfera verbale del libro trova nell’immagine il proprio irrinunciabile contrappunto. Le tavole e alcuni testi sono stati esposti nell’ottobre 2006 presso il “Battello Ebbro” di Termoli (CB), all’interno del mese della promozione del libro e della lettura “Ottobre piovono libri – i luoghi della lettura – ottobre 2006”, organizzato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

L’immagine qui sopra è un’elaborazione dalla tavola di copertina.
Le altre tavole realizzate da Michele Porsia si trovano nella slide a fondo pagina.

* * *

BETH
(selezione)

Il ritorno incomincia dalla porta.
Tutto incomincia qui, dal desiderio: l’altra faccia del ribrezzo, la superficie invitante di un orrore nascosto.
Sosto. Esito un istante, con la mano sull’ottone, perduto a supporre una galassia domestica di porte, chiuse su spazi bianchi e silenziosi, stanze vuote sul fondo delle quali altre porte minacciano altre stanze, e di qui altre ancora, pagine o specchi, in un abisso bianco che somiglia al frattale, alla conchiglia, alla spirale.
La mano sull’ottone. Esitare.
La pianta della casa sta in agguato, disegno composto solo d’archi, di cardini su cardini, come un’estasi ossessiva del compasso, incubo grafico, sogno compulsivo.
Una casa che ha per tema la casa.
La mano sull’ottone. Un istante di orrore. I passi, a radicare sulla soglia, gli sguardi rami tesi a sfiorare la superficie della porta, chiusa. Non è paura. È che il senso profondo dell’aprire è l’apertura.
Tengo chiusa la porta ancora un poco, tengo bianca la pagina. Perché del codice mi piace il codice più della lettura.
Continuo a contemplare il frattale, la spirale.
Il centro, il buco nero della chiave.

* * *

ore 19.52

L’intuizione è una polvere
pallida di zolfo.
Graffiata sulle cose, le riveste
di luce. Sui punti luminosi
tengo fermo il compasso,
incrocio gli archi,
e trovo nuovi punti.

(È tempesta.
Il mare è in frantumi.
Il capitano annaspa.)

La mia casa è il sestante,
il computo geometrico che prova
a dire dove sono.

* * *

ore 20.27

Dispensa, dis-pensiero,
archivio del disordine, non-luogo
della contraddizione:
gli stracci del passato
accanto al vetro
che conserva la polpa del futuro.

L’olio e il pomodoro e la bottiglia
dell’acqua, che domani
saranno corpo e carne
e lampi di sinapsi,
disposti accanto alle scarpe sdrucite,
al presepe e ai vecchi materassi.

Ecco lo sgabuzzino, il grano
di sabbia, la stortura
del meccanismo, il numero ribelle
che dall’esilio incrina
l’algebrico ingranaggio della casa.

(Infatti la sua porta è sempre chiusa.)

* * *

ore 23.13

(Senti? Respira, immobile, la casa.
Senti la polvere posarsi
e riposarsi, senti il legno
che si tende e dilata.
Senti nel silenzio questa antica
confraternita di oggetti
che discute, impercettibile,
la verità del buio.)

* * *

Spengo la luce, ma le idee lampeggiano, fulmini all’orizzonte del mio sonno. E non tace la casa, non tace. Sibila un fruscio che è forse la radiazione di fondo della vita. Ascolto. Di giorno non la avverto. Nel buio, invece, risuona chiara e intensa, mi ricorda una cosmogonia lontana, il primo istante, l’inizio che ho perduto.
Sale, cupo brusio dal muro, dai legni, dalle cose, una lenta vibrazione dell’udito. Una carezza di suoni, un brivido sottile sulle braccia, sul corpo, tra i capelli.

* * *

Raccolgo spesso piume sulle spiagge, sugli scogli a cui s’aggrappano conchiglie. Raccolgo pietre, rami e foglie da seccare. Unisco i volti agli oggetti, gli oggetti alle parole, colleziono la memoria, per tornare a raccoglierne il residuo. Per comporlo in un coro di immagini e di cose.
Quando spengo la luce, mi piove addosso muto il frastuono dei ricordi.
E la casa non tace.

* * *

ore 2.42

(Levo gli ormeggi della notte
e prendo il largo, a bordo del mio letto.
Ondeggiano le mura della casa
e dentro il sonno
matura il mio naufragio.

Domani, aprendo la finestra
tutto sarà diverso,
tutto sconosciuto.)

* * *

ore 3.07

(Vado a vedere
la lenta tessitura dello sguardo,
là dove l’occhio ridisegna l’occhio
e il tappeto del sogno
coincide col telaio.

Il sogno mi rivela l’impostura:
la fibra si confonde con la mano
il nodo con la spola,
io sono il sarto
e sono la figura.)

* * *

ore 8.28

Un poco timoroso, entro nel tempio
del calcolo inesatto, della piccola
pietra che s’insinua appuntita
dentro le nude carni del cervello.

Nel bagno gli scarichi raccolgono
il grumo residuale del paziente
lavorìo di consunzione
in cui il corpo, con lodevole zelo
si consuma.

Nel tempio del resto,
io sono il dividendo.
Ma il quoziente
è un numero segreto, la sentenza
che attendo.
Che mi attende.

* * *

Si combatte la battaglia dell’igiene. La conquista del bianco, del lucido, del moderno.
L’arma è la luce, luce elettrica, spina confitta dentro al muro. Contro le polveri, contro le putrefazioni, schiero un plotone di elettroni, di spine, di accensioni. Aspiro polveri, lavo pavimenti, e con feroce mistica del pulito sovrintendo al rito voltaico del bucato.

* * *

La rivolta privilegia il centro dell’antipotere, il corpo, il covo, la roccaforte del nemico. Spingo l’interruttore del rasoio, rado la barba, asporto lo sporco dal mio corpo, con acque riscaldate dai calori elettrici di uno scaldabagno.
Lavo, friziono, asciugo, mi profumo.
Vortica la spirale, freme la resistenza, s’incendia il desiderio di vittoria, in un attrito intimo di watt.
Infine sono pronto. Stacco la spina dal muro.
Ho vinto anche oggi la battaglia.
Ma la guerra è già perduta, in un esatto futuro.

* * *

ore 9.09

E poi è l’ora della colazione,
del collasso, nuovo crollo
sul corpo, sulla fame,
sulla rabbiosa debolezza della carne.

Mentre imbevo
la torta nell’inchiostro e collaziono
le cose con le cose, in questo breve
interstizio del mattino
matura inaspettato il tradimento,
la trasfigurazione dello sguardo:

quando ho potuto amare per davvero
questi oggetti lontani, siderali?
La tazza, il bicchiere, la tovaglia,
il quadro dell’alieno appeso al muro?

Improvviso mi scruta,
risentito, il silenzio delle cose.
Diventare è tradire.
Il legame è spezzato, il nodo è sciolto.

* * *

Ultimo sguardo indietro, prima di ripartire.
Lascio la casa-antro, la cavità di talpa o di lombrico, la carne divorata dal passaggio. Gli oggetti, le pareti, le memorie. Gettino pure un’ombra, un punto radio del ricordo. Gettino la nostalgia della mia ombra, come si getta per la via l’incarto vuoto di una caramella. O come si dimentica un ombrello.
Tutto in casa dice del residuo, del lascito che è sempre, comunque lo si guardi, un’escrescenza. Comunque lo si ami, un escremento.
Ultimo sguardo indietro, a questo mucchio di rifiuti. Essere distruttivo, lascio del mio tempo macerie. Il residuo fisso, dopo l’evaporazione. Zucchero e caffè secco in fondo a una tazzina.
Una superstizione direbbe che vi si può leggere il futuro.

* * *

Nella slide qui sotto, le tavole realizzate da Michele Porsia:

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