dromodiario #14 [Gemma]

dromos15-14

15 agosto – Nureci – Orlando Julius & The Heliocentrics

Esistere è cambiare, cambiare è maturare,
maturare è continuare a creare se stessi senza fine.
(Henri Bergson)

Quando sono arrivato a Nureci, ieri sera, con il sole tiepido e basso, l’ho sentito subito che c’era nell’aria un profumo primaverile, un’arietta molle, di quelle che invitano ad oziare, ciondolanti su un’amaca, magari nel retropalco. Che MammaBlues è anche questa cosa qua, un’amaca che oscilla, morbida e tropicale, alle spalle del soundcheck, un’amaca che guarda la primavera, a ferragosto, e si lascia cullare.
Che sul palco c’erano i Bud Spencer Blues Explosion, nel pomeriggio, e io mi sono goduto quel momento piccolo e sacro, in cui lo spettacolo ancora non c’è, ma si prepara a nascere per il meglio. Che quello è un momento che ogni tanto dovreste vedere, anche voi, dovreste vederli i tecnici che provano, aggiustano, mescolano, spostano, riprovano, che c’è davvero una bellezza operaia, nel mondo dello spettacolo, una perizia da giardinieri che curano le piantine e le fanno crescere, che poi, poi magari non ci pensi, la sera, quando tutto fila liscio e rotondo, ma prima, prima sono passati loro, e senza di loro il castello sarebbe solo un castello di carte, fragile. Almeno qualcuno dei vostri applausi, alla fine, ricordatevi di pensarlo per loro.

Che a volte si viaggia davvero, stando fermi. Anche far crescere qualcosa, costruire, curare una piccola, piccolissima cosa che prima non c’era e poi ci sarà, anche questo è un viaggio. Pensa al seme, profondo nella terra, pensalo, nella sua fatica di germogliare, crescere, faticarsi la salita, pensaci, anche quello è un viaggio, un sogno, un’utopia, dalla concentrazione microscopica del seme, alla gigantesca potenza dell’albero.

E io lì, nel retropalco, mentre guardavo il soundcheck, pensavo per la prima volta a Dromos come a un albero, che ogni anno cresce dal piccolo seme di una visione, a volte è il cuore di tenebra, a volte il giardino dell’Eden, a volte un’idea clandestina, a volte un sogno, sottile come un velo, e poi da lì, lentamente, gemmano i rami, le foglie, i frutti, chissà cosa stanno pensando, ora, oggi, Salvatore e Ivo, chissà che cosa sarà il prossimo albero di Dromos che è senz’altro già un seme, da qualche parte del loro pensare.
Che ogni passo, se ci pensate, ha sempre la promessa di quello successivo. Dove inizia il passo nuovo? Sapreste separare un passo da quell’altro? Qual è il suono di una sola mano che applaude?

Così divagavo, ieri, nel retropalco. Primavera nell’aria, e ozio nelle idee. E poi è arrivato il momento di scendere giù a corte Saba, che c’era l’incontro con Adriano e Cesare, dei Bud Spencer Blues Explosion. Cesare e Adriano, da Roma, ma con quei nomi lì, imperiali, non c’era neppure bisogno di dirvelo. E insomma, i due imperatori, giovani e pieni di parole timide, ma salde e consapevoli, là sotto il limone hanno raccontato com’è che è nata la loro musica, ci siamo scelti, ci siamo chiusi in casa, e abbiamo cominciato a gemmare. Così hanno detto, gemmare, e io ho sentito di nuovo quell’aria primaverile e calda, siamo felici con poco, hanno detto, gli strumenti dentro una yaris, e ogni giorno vivere il momento sacro dello spettacolo, ogni giorno diverso, ogni momento speciale. Bello ascoltarli, Adriano e Cesare, dall’impero di Roma alla musica umile, potentissima e felice in cima in cima all’Arena MammaBlues.

Che se non ce l’hai, addosso, dentro, quell’idea umile del seme che è piccolissimo, e deve faticarsi la salita, se non ce l’hai quell’umiltà, e anche quando sei appena un piccolo seme già ti senti albero, ecco, vedi, non ce la farai a salire, e tutto, tutto resterà soltanto una landa desolata e senza gemme, ti resterà solo la terra sterile intorno, la sabbia devastata di un deserto.

E poi è cominciato il concerto di Cesare e Adriano, imperatori, e il deserto si è riempito, lentamente, inesorabilmente ha cominciato a gemmare un altro viaggio, un altro ancora, ed ecco il palco diventava foresta, una foresta strana, di piante verdissime e di metallo risonante. Un bosco, un bosco sopra il palco, ma un bosco in mezzo alla città di Blade Runner, macchine, palazzi, grattacieli e alberi, piramidi d’acciaio, e alberi, aeroplani, rotaie, treni, metropolitane, navi spaziali. E alberi, una foresta sonora di bronzo, tungsteno e clorofilla, lampi verdeggianti nel cielo postmoderno di Nureci.
Persino il Gabbiere li ascoltava a bocca aperta, Adriano e Cesare, con la loro esplosione di luce e suono, ti piacciono, gli ho chiesto, e lui mi ha risposto non lo so, sa di tempesta, mi spaventa. E poi ha continuato mi spaventa tutto questo suono di terra e foglie, tutta questa terra, tutta questa giovinezza del mondo. Da tanto tempo non sentivo questo spavento, ha aggiunto, da quando ho visto per la prima volta Gemma, la città nel ventre della terra.

“Alcuni dicono che Gemma sia nata dentro il cratere esploso di un vulcano. Altri che l’immensa valle in cui è sorta sia stata generata dall’impatto di un antico asteroide. Altri ancora che la terra stessa si sia aperta con un immenso terremoto, per accoglierla: nessuno può dire con certezza cosa abbia spalancato la terra per consentire la vita di Gemma. Quello che è certo è che quando avanza tra le strade della città il viaggiatore percepisce chiaramente, e con timore panico, che quel luogo non appartiene fino in fondo all’uomo.
Gli abitanti di Gemma si sono abituati a questa inevitabile precarietà. O forse riescono a vivere nella città solo perché non percepiscono più di vivere su un bilico, tra l’umano e il tellurico. Certamente sanno che ogni edificio, ogni strada, ogni palazzo di Gemma deve essere autorizzato dalla terra, dal suo implacabile giudizio. Ogni progetto è sacro, gli architetti sono sacerdoti, la costruzione è un rito, gli edifici sembrano chiedere perdono agli alberi. Per questo camminare per le strade di Gemma somiglia a un viaggio dentro gli intestini della terra, ogni vicolo è un ventre di cemento, metallo e rami, ogni piazza una radura di legno e di basalto, ogni notte una tempesta di pali della luce e foglie.
Occultata dalla sua valle, innervata di boschi, popolata di uomini, di belve, di alberi millenari, Gemma sembra vivere in pace la sua spaventosa mescolanza di architettura e caos. Città uterina, umida e fertile, città della giovinezza che genera e della memoria che rende saggi, Gemma invita al viaggio, alla lontananza, al ritorno, alla nostalgia.”

Così ha detto, il Gabbiere.
E io ho posato nuovamente gli occhi sul palco, ho visto i volti ferini di Cesare e di Adriano, ho ascoltato fino in fondo la potenza violenta e carnale della loro musica. E davvero, davvero ho capito che a volte crescere è un rischio disumano.
Ci vuole coraggio, per gemmare.
Ci vuole il coraggio, umilissimo e gigantesco, del seme che ha un albero da sognare.

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Pubblicato il 16 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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