Archivi categoria: Dromodiario2015

dromodiario #15 [Ultima]

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E dopo avermi raccontato la città di Gemma, per la prima volta da quando è cominciato questo lungo viaggio, il Gabbiere non se n’è andato. È rimasto lì, fermo, immobile, a guardarmi.
Cosa devi dirmi, gli ho chiesto.
Devo salutarti, mi ha risposto.
Non mi piace, che tu mi saluti, non lo hai mai fatto.
Oggi devo, mi ha detto, e io ho capito.
Non ci rivedremo più?, gli ho chiesto con la voce un po’ difficile da far uscire.
E chi può dirlo?, questo, mi ha detto. Se mi hai ascoltato, una città dopo l’altra, quello che ho cercato di insegnarti è che quasi niente nel viaggio si può prevedere. Il viaggiatore vero è jazz, o se preferisci commedia dell’arte: un po’ di struttura, e molta, moltissima improvvisazione.

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dromodiario #14 [Gemma]

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15 agosto – Nureci – Orlando Julius & The Heliocentrics

Esistere è cambiare, cambiare è maturare,
maturare è continuare a creare se stessi senza fine.
(Henri Bergson)

Quando sono arrivato a Nureci, ieri sera, con il sole tiepido e basso, l’ho sentito subito che c’era nell’aria un profumo primaverile, un’arietta molle, di quelle che invitano ad oziare, ciondolanti su un’amaca, magari nel retropalco. Che MammaBlues è anche questa cosa qua, un’amaca che oscilla, morbida e tropicale, alle spalle del soundcheck, un’amaca che guarda la primavera, a ferragosto, e si lascia cullare.
Che sul palco c’erano i Bud Spencer Blues Explosion, nel pomeriggio, e io mi sono goduto quel momento piccolo e sacro, in cui lo spettacolo ancora non c’è, ma si prepara a nascere per il meglio. Che quello è un momento che ogni tanto dovreste vedere, anche voi, dovreste vederli i tecnici che provano, aggiustano, mescolano, spostano, riprovano, che c’è davvero una bellezza operaia, nel mondo dello spettacolo, una perizia da giardinieri che curano le piantine e le fanno crescere, che poi, poi magari non ci pensi, la sera, quando tutto fila liscio e rotondo, ma prima, prima sono passati loro, e senza di loro il castello sarebbe solo un castello di carte, fragile. Almeno qualcuno dei vostri applausi, alla fine, ricordatevi di pensarlo per loro.

Che a volte si viaggia davvero, stando fermi. Anche far crescere qualcosa, costruire, curare una piccola, piccolissima cosa che prima non c’era e poi ci sarà, anche questo è un viaggio. Pensa al seme, profondo nella terra, pensalo, nella sua fatica di germogliare, crescere, faticarsi la salita, pensaci, anche quello è un viaggio, un sogno, un’utopia, dalla concentrazione microscopica del seme, alla gigantesca potenza dell’albero.

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dromodiario #13 [Via]

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14 agosto – Nureci – Bud Spencer Blues Explosion

La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada.
La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.
(Bruce Chatwin)

E poi siamo tornati a Nureci, che tutti gli anni Dromos finisce con la festa grande di MammaBlues, e ieri, ieri è stata una giornata davvero assurda, impastata, piena di contrasti, sopra e sotto, curve a destra e a sinistra, tutto rimescolato, come ogni viaggio vero.
Che poi, mentre tornavo, lungo le curve di Villaurbana avevo in testa tutto il filo del giorno, e il giorno aveva sapore di pane caldo appena sfornato, e pensavo, guarda come è strana, la nostra strada, che a volte quando la percorriamo sembra un labirinto, e nella memoria è una linea retta, dritta e svizzera, a volte invece sembra lineare mentre la stiamo vivendo, e nel ricordo, poi, si annoda, si intorcina, si aggroviglia. Che strana, la nostra strada.

Che il viaggiatore vero è anche un po’ architetto, deve conoscere la meraviglia molteplice della linea, c’è il momento di tirare via dritto, il momento di arrotondare il disegno, la mano leggera sulle sfumature, il gesto forte e deciso del taglio netto. Il momento dello scarabocchio e quello del punto. Il vero viaggiatore si vede in fondo, quando il disegno è pronto.

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dromodiario #12 [Petra]

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13 agosto – Nureci – Ian Siegal

Se le formiche si mettono d’accordo,
possono spostare un elefante.
(proverbio del Burkina Faso)

E due giorni fa, poi, siamo tornati a San Vero, di nuovo sinistra, destra, sinistra, con le curve in mezzo alla pianura. Che a San Vero, due giorni fa, Dromos socchiudeva il suo sipario, per riaprirlo subito qui, oggi, a Nureci, con il suo consueto cambio d’abito che d’improvviso lo trasforma in Mamma Blues.

Finale duro durissimo, quello di Dromos a San Vero, per raccontare che la strada dell’utopia ha grandi nemici, che si chiamano speculazione e profitto. Che Michele Mellara e Alessandro Rossi hanno mostrato, con il loro piccolo grande film, quanta terra perdiamo, ogni anno, qui, noi, in Sardegna, quanta terra agricola sconsacriamo per trasformarla in basi militari, maledette sempre siano, impianti termodinamici, inquinanti e inutili, impianti eolici, truffe da ladri miseri, campi da golf a due passi dal mare, assurdi. E sono numeri folli, quelli che abbiamo sentito, 33.300 plinti di cemento armato a Narbolia, 67 ettari di termodinamico a Gonnosfanadiga, 60% in più di emissioni di anidride carbonica in 20 anni, in dieci anni 192.800 ettari di terra persa, l’8% del territorio.
Brutto, ascoltare questi numeri, ma bisogna farlo.
Si chiama land grabbing, ciò che questo documentario racconta, e vuol dire, ancora una volta, invasione, furto, saccheggio della terra.

E penso a nonna, io, figlia di calzolaio, moglie di contadino, madre di sei figli tutti sistemati, a studiare, a crescere, a lavorare. Nonna che oggi, per me, è la voce della mia terra, tesoro mio, diceva, voce di questa terra qui che nessuno deve permettersi di maltrattare ancora, nonna di terra e d’acqua, nonna di lentischio e mirto, nonna con le mani a fare il pane, nonna di pietra, che sembrava invincibile e proprio ieri, ieri è partita.

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dromodiario #11 [Gea]

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11 agosto – San Vero Milis – Terra Persa

Le persone non fanno i viaggi,
sono i viaggi che fanno le persone.
(John Steinbeck)

Che belli che eravate, a Morgongiori, a ballare davanti alla Kočani Orkestar, zumpa zumpa zumpa, fino a notte alta.
Che due giorni fa, a Morgongiori, Naat Veliov e i suoi viaggiatori del ritmo balcanico, questi nomadi della tromba, del trombone e del bassotuba, hanno portato davvero in piazza il sapore speziato del viaggio, zumpa zumpa zumpa, e il paese delle lorighittas, tutt’a un tratto, sembrava un film colorato di Kusturica, Morgongiori underground.

Che il viaggiatore vero lo sa, quando deve stare fermo, e quando deve muoversi. Che a volte si deve andare incontro al mondo, altre volte è il mondo che ci viene incontro, e basta sedersi in una piccola piazza ad aspettarlo.
Esiste, girovagante, il popolo del viaggio, l’inno all’irrequietezza che mette ali ai piedi e obbliga il cammino a diventare un volo.

Io non ci sono mai stato, nei Balcani, ma me li immagino proprio così, adesso che ho visto Veliov e i suoi a Morgongiori, me li immagino tutti fatti di piccoli paesi in festa, i Balcani, con una banda che gira per le strade, all’ora di cena, ed entra in ogni porta, in ogni cortile, entra nelle case e zumpa zumpa zumpa ti stontona la testa con gli ottoni mentre ceni, e non puoi fare a meno di ringraziarli, che ti abbiano finalmente reso irrequieta la minestra. O il tuo piatto di lorighittas. Che secondo me sono indispensabili le lorighittas, a questo punto, per fare un viaggio vero nei Balcani.

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dromodiario #10 [Lota]

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9 agosto – Morgongiori – King Naat Veliov & Kočani Orkestar

Perdi una cosa al giorno.
Accetta chiavi perse, un’ora al vento.
L’arte di perdere si impara presto.
(Elizabeth Bishop)

E poi, ieri, ieri ho perso la penna, nel bosco, a Villaverde.
Stavo naso in su a guardare gli alberi viola e la striscia immensa di stelle, là sopra, nel buio, è stato un attimo, la penna mi è caduta dalle mani, e non l’ho più ritrovata, in mezzo alle foglie secche, l’ho perduta.
Ma quanta gente, ieri, a Villaverde, in mezzo al bosco, a perdita d’occhio, su, su, che non riuscivo a vedere dove finivano le persone e cominciava il buio, il buio dove regnano le Jane, che lo sanno tutti, le Jane rubano le penne a chi si perde con il naso in su.

E io ho perso tempo, ho perso la strada, molte volte, ho perso te, che non ascolterai, pazienza, ho perso il treno, ho perduto le chiavi di una casa, ho perso un’occasione, perdo la memoria, ho perso colpi, ho perso un diario e non l’ho detto, ho perso qualche volta le parole, lo ammetto.

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dromodiario #9 [Trama]

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8 agosto – Villaverde – Baba Sissoko, Jazz (R)Evolution

Un uomo che tiene intorno a sé, in cerchio,
il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi.
(Marcel Proust)

Che poi, non ve l’ho mai raccontato, ma una delle cose che mi piacciono di più, di Dromos, è dopo. È quando la serata è finita, e io me ne torno a casa nella notte, mi metto su un cd, e lì, fari accesi sulla strada buia, con la musica nelle orecchie, mi rivedo nella testa tutto il film della serata finita, tutto insieme, tutto rimescolato.
Che si mischiano le curve nere nere sulla strada e un pezzo di concerto, e la luna bassa, ancora rossa nella sua alba di notte inoltrata, e la parola giusta esatta che qualcuno, a un certo punto, ha detto, e io sono stato felice di essere lì, presente, ad ascoltarla. Che dopo, anche nel ritorno, è bellissimo rivedere le trame del tempo che filano e si infilano l’una nell’altra, che la nostra vita, in sere come queste, è un tessuto meraviglioso e cangiante, fatto di fili tutti diversi che stanno imprevedibilmente insieme.
E ieri notte, ieri tornavo da Baratili, con una quantità infinita di fili nella testa, e stasera li devo filare tutti insieme, e non è semplice da raccontare, la sera di Baratili, che è cominciata con racconti di utopie possibili, nel pomeriggio, ed è finita nella notte ancheggiante de L’Avana.

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dromodiario #8 [Infera]

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7 agosto – Baratili S. Pietro – Chucho Valdés

Quando guardi a lungo nell’abisso,
l’abisso ti guarda dentro.
(Friedrich Nietzsche)

E ieri, poi, dopo tanta luce, dopo tanti sguardi proiettati in avanti, lontani, archi tesi verso orizzonti di utopia fluorescente e fiabesca, ieri invece abbiamo ficcato gli occhi nel buio. Che ieri, per la seconda serata di Cinema & Parole, a Bauladu, andava sullo schermo la storia di Angelino, l’uomo più solo al mondo, perduto dentro una Sassari livida e infernale.

Che Perfidia, di Bonifacio Angius, è proprio un film triste, ma triste davvero. Angelì, quanti anni hai, 30, e cosa ti piace?, in che senso? come in che senso, a te, cosa ti piace? non lo so, andare a pesca ti piace?, non lo so, mangiare ti piace?, eh, quando ho fame, e le donne ti piacciono, Angelì?, secondo te?, eh, secondo me già ti piacciono.
Tutto così, Perfidia di Bonifacio Angius, sassarese di poche pochissime parole, tutto così, un film estenuante di frasi piccole piccole e taglienti, perfide, a mostrarci il poco, il poco pochissimo che riusciamo ad essere, qualche volta. O spesso, dipende.
Ero così triste ieri sera, e il Gabbiere che mi stava accanto mi diceva non distogliere gli occhi, guarda, guarda bene. E ascolta. E intanto tirava il suo tabacco di contrabbando.

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dromodiario #7 [Cima]

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6 agosto – Bauladu – Perfidia

Ci sono molti modi di andare avanti,
ma solo un modo di stare fermo.
(Franklin D. Roosevelt)

Che poi, a furia di camminare, camminare, le vette si possono raggiungere davvero. Che è facile dirlo così, tanto per dire, nelle chiacchiere, con quattro birre e una vaschetta di patatine e maionese, ma poi, poi ci sono giorni in cui questa verità qui, quella della tenacia caparbia e barrosa che in vetta ci arriva, ti appare gigantesca e meravigliosa sotto gli occhi, e non puoi fare a meno di vederla.

Che ieri, qui, a Bauladu, Dromos inaugurava la mostra dei ritratti delle Allevatrici Sarde, Mancai Barrosas. E Vincenza, allevatrice, lo ha raccontato in poche parole, quel miracolo lì, del dopoguerra rigoglioso, sembrava in festa, la gente, quando si affacciava alla porta, si stava svegliando, di quel poco che avevamo si era sempre d’accordo, l’utopia del riunire una cooperativa di tutte donne, è stato costruito il forno di pane, che fornisce a tutti dolci, zippole, formaggelle, panettoni, c’è qualche cosa che non ricordo, sono passati molti anni, ma è stato un risveglio, di tanta gente a lavorare insieme. Tanta gente, tutte donne, la cooperativa di donne più grande d’Europa, non era impresa molto facile, si è combattuto e da sarde ce l’abbiamo fatta, mancai barrosas, ci sbrighiamo con tutte le cose che ci passa nelle mani, turismo, pane, dolci, vini, formaggio, olio, che questa è davvero l’utopia del sogno realizzato, della vetta raggiunta, con tutta la buona volontà di essere uniti, cun s’azudu ‘e Deus de fai una bona festa.

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dromodiario #6 [Fàula]

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 5 agosto – Bauladu – Faber in Sardegna & Danilo Rea

Dopo tutto, una bugia cos’è?
Nient’altro che la verità in maschera.
(George Gordon Byron)

E poi, ieri, la via di Dromos è tornata a San Vero, e il giardino del Museo archeologico è diventato cinema di favole, utero vasto di racconti, sotto le stelle impazzite di luce piccola piccola. Che ci siamo messi lì, seduti, in piedi, appoggiati, storti, accoccolati, moltitudine rannicchiata in quel giardino calmo e accogliente come un focolare di fiabe, e abbiamo visto e abbiamo ascoltato. Che Le favole iniziano a Cabras di Raffaello Fusaro è soprattutto un film di parole, parole che cercano di raccontare chi siamo, noi, questi piccoli piccoli uomini d’isola sarda, e perché proprio qui, in mezzo al mare, germinano pietre sonanti e materne, suonatori fiabeschi, voci gutturali, esploratori che attraversano gli oceani, scrittori che ipnotizzano con la loro voce di balentìa, poesie cucite come vestiti e vestiti cuciti come poesie.

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